giovedì 16 gennaio 2020

Left n. 49, 6 dicembre 2019

Si scrive Mes, si legge austerity

Pensato per “aiutare” i paesi dell’Eurozona in difficoltà, il Meccanismo europeo di stabilità può imporre la ristrutturazione preventiva del debito: ossia stretta alla spesa pubblica e privatizzazioni.

di Andrea Ventura

Nei sistemi finanziari moderni, la moneta non è una merce ma un contratto di credito, a fronte del quale vi è un debito che circola di mano in mano. Non c’è moneta, in sostanza, senza un credito e un debito. Il rischio di una crisi finanziaria è dunque sempre presente, soprattutto ove l’economia non produca redditi sufficienti a ripagare i debiti, oppure i crediti siano concessi per operazioni di dubbia redditività. Per ridurre questi rischi è necessaria un’istituzione - la banca centrale - che controlli il funzionamento del mercato e che, in emergenza, sia disposta ad intervenire offrendo la liquidità necessaria. Questa funzione di “prestatore di ultima istanza” deve essere svolta sia nei confronti delle banche commerciali, sia nei confronti dei titoli del debito pubblico. Nei paesi aderenti alla moneta unica, e solo in essi, il legame tra debito pubblico e banca centrale è invece reciso: i governi, per finanziarsi, non possono appoggiarsi alla propria banca centrale ma devono rivolgersi ai mercati finanziari. Ove i mercati considerino a rischio il debito di un paese, possono rifiutarsi di acquistare i titoli del debito pubblico e causare il suo fallimento. Anche senza arrivare a questo, mancando una banca centrale, se il paese è considerato a rischio salgono i costi di collocamento dei titoli pubblici sul mercato: di qui, ad esempio, l’impennata dei tassi di interesse sui titoli italiani nell’estate del 2011; di qui anche il maggiore livello del tasso di interesse sui titoli pubblici del nostro paese rispetto ad altri paesi in condizioni economiche analoghe, o peggiori, generato in sostanza dal fatto che i mercati non considerano del tutto esclusa la possibilità che l’Italia esca dalla moneta unica, e che pertanto i possessori dei nostri titoli possano subire delle perdite. 
         Per ovviare all’assenza del prestatore di ultima istanza, nel 2012 è stato istituito il Meccanismo Europeo di Stabilità (MES), di cui si sta discutendo la riforma. Il capitale del MES, sottoscritto dai paesi che vi aderiscono, è pari a 700 miliardi di euro. Il MES segue specifiche procedure per il sostegno ai paesi in difficoltà. In sostanza, per accedere agli aiuti, il paese deve sottostare alle indicazioni del MES, che può imporre austerità per i cittadini e perdite per i creditori. Il nodo del contendere però non è tanto questo. Austerità e rischio di fallimento c’erano anche prima della riforma. Il punto verte piuttosto sulla modifica delle sue procedure decisionali e sulle condizioni che garantiscono l’accesso del paese ai fondi per il salvataggio. 
Prima della riforma la richiesta di aiuto veniva valutata dalla Commissione europea e dalla Banca centrale europea. La riforma rafforza invece l’autonomia del MES nei confronti delle istituzioni europee, a favore di un approccio intergovernativo: ora, ad avere potere decisionale, sono i governi dei paesi aderenti alla moneta unica, e in particolare la Germania che, in ragione del meccanismo di voto e della sua quota di capitale, ha potere di veto sugli interventi del MES. 
Per quanto riguarda le condizioni per accedere agli aiuti, il punto è complesso e delicato. Il MES, infatti, per statuto può intervenire solo se il paese è in crisi di liquidità e non di insolvenza. La distinzione tra crisi di liquidità e insolvenza però non è così facilmente tracciabile. In via di principio si parla di crisi di liquidità quanto il paese è momentaneamente in difficoltà perché, ad esempio, subisce gli effetti di una crisi globale o un attacco speculativo, ma in condizioni normali sarebbe in grado di pagare i propri creditori; il paese è invece insolvente quando non è in alcun modo in grado di far fronte ai suoi debiti. In quest’ultimo caso, prima che il MES intervenga, il suo debito andrà ristrutturato, cioè ai creditori saranno imposte delle perdite. Il punto è delicato perché la distinzione tra crisi di liquidità e insolvenza non è così semplice da definire. Se i mercati reputano che un paese sia a rischio di insolvenza, infatti, vendono i suoi titoli pubblici facendo salire i costi di finanziamento del debito, cioè i tassi di interesse. Questo aumento dei costi rende “vera” la previsione sull’impossibilità del paese di saldare i propri debiti. Se invece i mercati si fidano, i tassi di interesse restano bassi e il rischio è scongiurato. Ma in che modo i mercati giudicano se un paese è insolvente o meno? Un aspetto importante in questa valutazione è proprio la presenza o meno di una banca centrale che funga da prestatore di ultima istanza. Se ad esempio togliessimo al debito pubblico del Giappone, che è pari al 250% del Pil, il sostegno della sua banca centrale, i tassi di interesse che paga sul proprio debito, ora bassissimi, salirebbero notevolmente: il Giappone, all’interno delle regole di finanza pubblica europee, verrebbe distrutto. Per la sostenibilità di un debito è dunque decisivo anche il contesto istituzionale, e i mercati lo sanno. Usando un paragone, i mercati possono “uccidere” un paziente affetto da una malattia curabile perché prevedono che egli non sia in grado di superare la crisi, ma possono anche ucciderlo perché manca un medico, oppure perché il medico c’è ma per i vincoli che si autoimpone non può intervenire. Insomma l’efficienza del mercato è un po' come quella di un branco di lupi, che sbrana una preda isolata o in difficoltà.
Tornando al MES, il riferimento principale per stabilire se un paese può avere accesso ai fondi in caso di difficoltà è nei famosi parametri di Maastricht e nelle successive modifiche. Pochissimi paesi, e l’Italia non è tra questi, rientrano in questi parametri. Anche qui però le cose non sono del tutto definite: se il paese non rispetta quei parametri e ha bisogno di un sostegno, è il MES che valuta se fornirglielo, o se imporre prima la ristrutturazione del suo debito. L’Italia al momento non necessita di alcun intervento di sostegno, anzi si trova dalla parte dei creditori, avendo contribuito al salvataggio di Portogallo, Spagna, Grecia, Cipro, Irlanda, o meglio delle banche che avevano prestati i soldi a questi paesi. Aderendo al MES però, per i titoli di nova emissione, dovrà introdurre delle clausole (Cacs) che favoriscono la ristrutturazione del suo debito. Di qui la pesante e decisiva contrapposizione: da una parte, cosiddetti paesi “virtuosi” del nord Europa non sono intenzionati ad intervenire a sostegno del debito di un altro paese se non hanno la certezza della sua solvibilità, dunque vogliono che sia facilitata la ristrutturazione del suo debito; dall’altra però, prevedere la possibilità che i creditori subiscano delle perdite espone il paese al rischio di attacchi speculativi. In questa contrapposizione tra interessi e punti di vista, si trova il dilemma dell’Europa di oggi: il MES dovrebbe assicurare la stabilità finanziaria in Europa, ma per venire a capo di questo contrasto pretende che si favorisca la possibilità che i creditori non vengano rimborsati; ciò indebolisce il paese e rende più probabili le crisi.
La questione non è importante solo nella prospettiva estrema e altamente improbabile del fallimento, ma anche per il livello normale dei tassi di interesse. Per il nostro futuro questo è un punto decisivo. La possibilità della ristrutturazione del nostro debito pubblico, per il solo fatto di rientrare tra gli eventi previsti, farà aumentare il rischio dell’investimento e dunque i tassi di interesse. Per fornire qualche cifra, con un debito da finanziare di oltre 2400 miliardi di euro, un amento di soli 0,5 punti percentuali del tasso che il paghiamo su di esso può generare, nel lungo periodo, un aumento dei costi di finanziamento del debito di 12 miliardi l’anno. Sono soldi che andranno sottratti ai servizi, alla scuola, alla sanità, oppure peseranno sulle imposte. Considerando anche gli altri fronti di scontro coi nostri partner europei - come la proposta tedesca di introdurre un coefficiente di rischio per i titoli pubblici presenti nei bilanci delle banche, che genererebbe anch’essa un pericoloso aumento dei costi del nostro debito -, ci rendiamo conto di quanto gli allarmi siano giustificati. Oltre a questi terreni di scontro, vanno tenute presenti anche le incertezze sulle politiche future della BCE, le conseguenze della guerra sui dazi avviata da Trump e le non rosee prospettive dell’economia mondiale. Per questo la sicurezza dei nostri conti pubblici è fondamentale: lo è anzitutto per noi, ma lo è anche per la stabilità dell’area dell’euro nel suo insieme. Purtroppo l’Europa, per i presupposti neoliberisti che la governano e i conflitti tra i paesi che la dividono, sembra incapace di andare in questa direzione.  

left n. 47, 22 novembre 2019

Contro gli strateghi della paura dell’altro

Karl Polanyi osservava che il fascismo è lo sforzo di produrre una visione del mondo in cui la società non è un rapporto tra persone. Con questa definizione, il liberismo rientra nella categoria del fascismo e si spiegano le loro alleanze. Ecco come evitare che la storia si ripeta

di Andrea Ventura

Analizzando l’elemento comune dei diversi fascismi, troviamo in prima istanza che essi prosperano nella crisi della società di mercato. Infatti, sia negli anni venti e trenta del secolo scorso, sia oggi, la loro crescita procede assieme alla crisi sociale e alla perdita di controllo sull’opinione pubblica delle élite dominanti. Nel secolo scorso le classi dirigenti capitalistiche, piuttosto che contrastare i fascismi, hanno scelto di assecondarne l’ascesa, venendone infine travolte. Non sappiamo se oggi il copione possa ripetersi, ma sappiamo che guardare al passato per orientarsi nel presente costituisce un errore. Anzitutto i movimenti nazionalisti e reazionari di oggi hanno caratteristiche molto diverse da quelli di allora; in secondo luogo, il pericolo comunista, che nel secolo scorso spaventava le classi dominanti, non è all’orizzonte; e infine, forse, i disastri provocati dall’ascesa al potere di forze di estrema destra hanno insegnato a tutti qualcosa. Eppure, nell’Europa di oggi, alcune similitudini con le condizioni di allora possono essere ravvisate. La crisi di egemonia del neoliberismo, che si protrae da oltre un decennio, infatti, ha reso non più autosufficienti quelle forze politiche che assicuravano la stabilità. Esse pertanto si trovano nella condizione di dover cercare alleanze. Queste alleanze, necessariamente, dovranno essere cercate volgendo lo sguardo verso le forze della sinistra, oppure verso la destra, una destra che certo non è quella di Hitler e Mussolini, ma che sembra ben riconoscersi nel vecchio motto Dio, patria e famiglia, con venature cattoliche, razziste e misogine. Ma su che basi potrebbe essere possibile il compromesso tra un ordine neoliberale, che in via di principio afferma l’uguaglianza formale e vorrebbe la piena circolazione delle merci e delle persone, e quelle forze politiche della destra che invece propongo tematiche ad esse apparentemente antitetiche? Per provare a rispondere alla questione, ma anche per definire i contorni della fase in corso e scongiurare quel pericolo, dobbiamo rivolgere lo sguardo a qualcosa che va oltre la superficie dei programmi e degli slogan della politica. 

Un primo elemento, o forse un sentimento, che da sempre costituisce il denominatore della destra fascista, è la paura. Il fascismo e la destra estrema, infatti, si affermano alimentando la paura: la paura dell’immigrato, dello zingaro, del nero, di chi sbarca di notte sulle nostre coste e ruba nelle case, ha fatto la fortuna della Lega. Chi viene visto come diverso, per costoro, è una minaccia, a fronte della quale ci si deve coalizzare richiamando (o costruendo) tratti identitari comuni: prima gli italiani, oppure i toscani, i veneti, e via disgregando, peraltro rischiando proprio di distruggere quella “patria” che si vorrebbe difendere. Fenomeni simili, purtroppo, li ritroviamo spesso nel mondo, dalla destra suprematista americana al recente colpo di stato contro il potere indigeno di Morales in Bolivia. Ma perché aver paura? Dalla teoria della nascita sappiamo che l’essere umano pone inconsciamente nel diverso da sé la propria realtà interna non razionale. Questo è il fondamento del rapporto uomo - donna, ma è anche il fondamento del rapporto con chi in generale sarebbe diverso e sconosciuto. Se, per la storia del soggetto, questa realtà interna è guasta e dunque è diventata violenta, lo sconosciuto è visto come una minaccia. Quello che costoro pensano dell’altro, infatti, non è un dato oggettivo (l’immigrato, come chiunque, può essere pericoloso o meno, non lo è perché arriva su un barcone) ma, a dispetto dei fatti e delle statistiche, è un dato “a priori”. Credono di sapere qualcosa dell’altro, ma non sanno nulla, né dell’altro né di sé stessi. Abbiamo qui un’alterazione del rapporto con la condizione umana propria e altrui: è cosciente la credenza che lo sconosciuto sia cattivo e violento; non è cosciente la propria realtà interna di odio, negazione, rabbia o annullamento. La paura dell’altro, in sostanza, ha la sua origine in una propria realtà interna distruttiva che è vista all’esterno di sé; essa spinge ad unirsi tra uguali e alimenta la violenza del gruppo. Se poi questa paura si salda con difficoltà materiali oggettive, può diventare un fatto politico di massa, alimentando fenomeni fascisti e razzisti di diversa natura. 
         Per andare oltre nella ricerca, ci è di aiuto Karl Polanyi. Il celebre studioso ungherese osservò che il fascismo è lo sforzo di produrre una visione del mondo in cui la società non è un rapporto tra persone. Non è chiaro se Polanyi fosse consapevole del fatto che, con questa definizione, rientra nella categoria del fascismo anche il liberismo economico: nell’ordine di mercato, infatti, la società non è un rapporto tra persone, in quanto l’altro è visto come una merce, come un oggetto da sfruttare per il profitto o per la propria utilità pratica. Al di là delle possibili letture, la considerazione di Polanyi ci serve per sottolineare un fattore decisivo per la comprensione dei fenomeni in esame. La continuità tra il liberismo e il fascismo va individuata in questa difficoltà nel riuscire a vedere l’altro essere umano come un proprio simile. Nel fascismo la comunità e il gruppo non hanno il fine di costruire rapporti interumani validi per la ricchezza personale di tutti: piuttosto questi si formano per escludere, per esercitare una violenza nei confronti di chi rimane al di fuori da questo “noi” costruito sulla negazione o sull’annullamento dell’altro. Nel neoliberismo invece l’annullamento si esercita distruggendo ogni socialità. La celebre affermazione della Thatcher secondo cui la società non esiste perché esistono solo i singoli individui, esprime bene questo pensiero. Anche i modelli matematici della teoria economica dominante considerano la società come composta solo da singoli individui isolati. Ma, se forse è vero che un branco di pecore è formato poco più che da singoli elementi, la società è qualcosa di ben diverso: esistono valori, istituzioni, culture, storia, esiste una complessità che non può mai essere ricondotta alla semplice somma di singoli individui isolati. La realizzazione dell’identità umana, inoltre, non passa per l’accumulo di beni materiali e lo sfruttamento dei propri simili, come vorrebbe il liberismo economico. Così, quando la crisi avanza e questa proposta di benessere si rivela un’illusione, quando l’incertezza economica intacca la certezza di sé, la reazione sociale rischia di distruggere la convivenza civile. Il punto è che i movimenti fascisti e reazionari non recuperano quella socialità distrutta dal liberismo, ma indirizzano la propria rabbia verso il “diverso”, verso chi è fuori da questo “noi” artificialmente costituito. La negazione del valore del rapporto sociale su è fondata la società di mercato, in sostanza, non è rifiutata, piuttosto è riproposta su basi differenti: quelle della paura.

Il discorso svolto fin qui trova il suo corrispettivo se osserviamo le forze e i contenuti del variegato mondo della sinistra. La parola socialismo, derivata dal temine latino socialitas, compare nel Settecento per indicare coloro che pensavano che fosse possibile costruire una società basata sulla socialità degli esseri umani. Socialismo, dunque, come tentativo di costruire una società basata su quella umanità naturale che le destre (e gran parte della cultura dominante) hanno sempre negato. Accoglienza, parità di diritti, uguaglianza tra uomini e donne, critica alla società di mercato, contrasto alle diseguaglianze globali, difesa dell’ambiente, pace, non violenza e cultura trovano il loro fondamento in un’idea di società che ha al centro non il rapporto con le cose, e tantomeno i rapporti di sfruttamento, ma il valore del rapporto interumano. Il rischio è che quei ceti popolari che soffrono la crisi, considerino questo insieme di problematiche vicino alle proposte neoliberiste. In realtà il loro contenuto è opposto. Anche per questo, per le forze della sinistra, definire quel filo comune che le unisce è altrettanto rilevante quanto aver chiari i connotati dell’avversario. Portare avanti una ricerca sulle realtà mentali che sono a monte dei programmi politici è decisivo per le battaglie che ci attendono.

sabato 16 novembre 2019

left n. 45, 8 novembre 2019

Tutto il potere al mercato

A trent’anni dalla caduta del Muro, la promessa di democrazia e benessere in una parte del mondo è sfociata in guerre e distruzioni, in un’alta ha prodotto diseguaglianze e precarietà. E ovunque il divario tra ricchi e poveri è cresciuto a dismisura

di Andrea Ventura


Nell’estate del 1989, alcuni mesi prima del crollo del muro di Berlino, la rivista americana The National Interest pubblicava un saggio di Francis Fukuyama intitolato “La fine della storia?” Nel breve saggio, il politologo americano propone per la prima volta la tesi che lo ha reso famoso. Fukuyamasostiene che tutti i popoli del mondo stanno pervenendo allo stesso modello di organizzazione sociale, basato sulla democrazia e il libero mercato; alternative ad esso sarebbero fuori dalla storia. Egli non afferma certo la fine dei fatti storici, ma la fine di ogni alternativa al modello occidentale di società. La sua è dunque una proposizione ideologica. Recentemente, infatti, Fukuyama ha ricordato che la sua tesi sarebbe affine a quella di Marx, ma mentre Marx individuava nel comunismo lo stadio finale di una dialettica sociale che avrebbe visto il superamento della società borghese, egli invece vede quest’assetto definitivo nella combinazione tra democrazia e libero mercato che si va affermando nei tempi attuali. A distanza di trent’anni, qualche domanda sulla validità di una tesi che per alcuni aspetti sembra trovare conferma, è necessario porsela. Una proposizione di questa natura, infatti, implica che questo modello sociale corrisponda effettivamente alle aspirazioni più profonde degli esseri umani. Ove la combinazione tra democrazia e libero mercato possa effettivamente costituire una condizione stabile per l’umanità, infatti, le contraddizioni che porta con sé, piuttosto che aggravarsi dovrebbero tendenzialmente sciogliersi; se invece esse dovessero aggravarsi, questo modello sociale potrebbe portare in tempi più o meno lunghi a instabilità, crisi, e a nuove prospettive di sviluppo.

Vediamo dunque quali sono stati i suoi principali successi, e quali i suoi elementi di crisi. Un dato balza agli occhi: il crollo del muro di Berlino non ha aperto una fase di pace e di stabilità, piuttosto sono comparsi nuovi focolai di crisi e nuove guerre. Da un mondo bipolare che aveva il suo equilibrio nella contrapposizione tra Stati Uniti e Unione Sovietica, dopo il crollo dei regimi dell’Est, ma soprattutto dopo l’11 settembre 2001, dall’Afghanistan all’Iraq, dalla Libia alla Siria, si è tentato di imporre la democrazia e la legge del mercato seminando terrore e guerre, lasciando i territori aggrediti in preda alla devastazione e senza strutture sociali stabili. Da questo punto di vista, l’imposizione del nostro modello sociale ha trovato resistenze profondissime, generando rancori, sofferenze, paure e povertà. Il fallimento di quella proposizione, sotto questo profilo è totale. Nei paesi avanzati invece, questa composizione tra mercato e democrazia, lungi dall’aver garantito libertà e benessere, ha generato instabilità e proteste sociali. Dobbiamo infatti ricordare che almeno fino alla crisi del 2008 i sistemi politici dei paesi europei erano governati da due schieramenti apparentemente alternativi, ma di fatto interpreti del paradigma di Fukuyama con limitate variazioni programmatiche. Quel sistema è ormai tramontato: non sappiamo cosa ci attende, ma quasi ovunque, in Europa, i ceti medi si sono impoveriti e si sono rapidamente affermate forze antisistema che prima di quella data erano irrilevanti. Anche negli Stati Uniti la vittoria di Trump può essere letta nella stessa chiave: un personaggio interno al vecchio sistema di potere, ma apparentemente dirompente e alternativo, è riuscito contro ogni previsione a interpretare lo scontento sociale e guadagnare la presidenza. La promessa di democrazia e benessere, in sostanza, in una parte del mondo si è risolta in guerre e distruzioni, e in un’altra ha generato impoverimento, diseguaglianze, precarietà, contrazione dei diritti e delle protezioni sociali. 

Il principale successo della globalizzazione è indubbiamente nel miglioramento del tenore di vita delle popolazioni di India, Cina e sud Est asiatico. Mettendo da parte gli sconvolgimenti ambientali che possono derivare dal fatto che alcuni miliardi di persone hanno adottato un modello economico che persegue la crescita illimitata, al momento i progressi sono oggettivi: popolazioni che fino a qualche decennio fa vivevano in condizioni di miseria spaventosa, si avviano a raggiungere quel benessere che era appannaggio esclusivo dell’Occidente. Eppure, anche qui, non è tanto la democrazia e il libero mercato che si sono affermati. In Cina, in particolare, abbiamo un sistema politico dove la dittatura di un partito che si richiama a Marx si accompagna ad un’economia di mercato che utilizza le più moderne tecnologie. Il paese oggi sfida l’Occidente su tutti i terreni. 

In questo radicale cambiamento si trova una delle ragioni della crisi che investe le nostre società. Nel grafico detto dell’elefante, ripreso da un paper della World Bank e spesso utilizzato per descrivere il fenomeno, alcuni degli elementi qui delineati trovano la loro raffigurazione. La coda dell’elefante indica quelle popolazioni, molte delle quali africane, o anche quelle colpite dalle sciagurate iniziative di esportazione della democrazia, che non hanno visto alcun miglioramento delle proprie condizioni di vita. La gobba dell’elefante rappresenta invece quanto appena detto: i popoli della Cina, dell’India e altri pasi del Sud Est asiatico hanno visto migliorare le loro condizioni economiche in misura notevolissima, e sono i vincenti di questa fase del progresso umano. In nessun altro momento della storia umana così tante persone sono uscite dalla povertà. La maggioranza dei popoli dell’Occidente si trova invece nel tratto successivo. Il grafico mostra che qui non si è avuto alcun miglioramento, ma piuttosto, in media, un peggioramento. Emerge bene in questa rappresentazione la crisi delle classi medie, quelle che garantivano il funzionamento di quel modello sociale basato su democrazia e libero mercato: il grafico le vede schiacciate tra l’avanzamento di paesi e popoli prima poverissimi, e l’arricchimento di quelle ristrettissime fasce sociali che, già ricche, escono anch’esse vincenti dai cambiamenti globali seguiti al crollo del muro. Sono i ricchissimi di ogni paese, della Russia, della Cina, dell’India, forse anche di alcuni paesi africani e dell’America Latina, ma sono soprattutto Europei e Americani. Il processo peraltro non sembra arrivato a un limite, anche perché il grafico è antecedente alla crisi finanziaria del 2008, ed è noto che le conseguenze di quell’evento hanno aggravato le difficoltà delle classi medie e favorito ulteriormente la concentrazione della ricchezza. Proseguono perciò le distruzioni provocate dalle guerre, la crescita di Cina e India, prosegue l’arricchimento ingiustificato dei pochissimi e l’impoverimento di gran parte dei popoli dei paesi industrialmente avanzati. 

Il modello che si è affermato in Occidente, in sostanza, aggredisce sempre più in profondità quei diritti e a quelle protezioni sociali che sono essenziali per il nostro sviluppo civile. Il crollo del muro ha dunque colpito anche noi. In presenza dei regimi comunisti dell’Est, che offrivano un modello alternativo al capitalismo, le classi dirigenti dell’Occidente sentivano la necessità di dimostrare che l’equilibrio che offrivano tra capitalismo e democrazia era in grado di garantire benessere per tutti. Crollato il muro, questa necessità è scomparsa. Se da una parte del muro si cercava l’uguaglianza soffocando la libertà, dall’altra parte, crollato il muro, la libertà economica ha distrutto l’uguaglianza. Difficile che la storia possa terminare qui.

mercoledì 6 novembre 2019

left n. 43, 25 ottobre 2019

La macchina della diseguaglianza

Nate con l’idea che la conoscenza fosse un bene comune, le imprese del web hanno finito per ricavare profitti smisurati dalla registrazione, l’analisi e la vendita dei nostri dati. Sfruttandoli a fini pubblicitari, politici, e anche per condizionare l’opinione pubblica

di Andrea Ventura


Se trenta o quarant’anni fa un manager guadagnava circa 40 volte il salario medio di un lavoratore, oggi guadagna centinaia, forse migliaia di volte di più. Stiglitz qualche anno fa ha calcolato che i 50 top manager più ricchi guadagnano circa 19.000 volte il salario del lavoratore medio americano. Se il dato non vi fa abbastanza impressione, considerate che questi signori, in un giorno, guadagnano quanto un operaio in 75 anni di lavoro. Gli Stati Uniti, certo, sono un paese assai diseguale, ma in tutto l’Occidente le diseguaglianze sono aumentate a dismisura: in Italia, ad esempio, mentre la percentuale di popolazione a rischio di povertà ed esclusione sociale è salita al 27%, il 5% più ricco possiede tante ricchezze quante ne ha il 90% più povero. Ma da che dipendono questi squilibri? Secondo l’ideologia neoliberista, maggiori guadagni sono indice di maggiore efficienza e produttività, pertanto il mercato realizza anche l’equità distributiva. Questa teoria stride sia con la complessità dei processi tramite cui si determinano le retribuzioni, sia con le posizioni di potere che i diversi gruppi sociali hanno acquisito, anche grazie ai loro legami con la sfera politica. Non si capisce infatti come potrebbero essere considerati “produttivi” quei top manager dei grandi gruppi finanziari responsabili della crisi del 2008, né in che modo il contributo alla produzione di un dirigente industriale, che è nella posizione di fissare per sé stesso compensi stratosferici – con l’ulteriore possibilità di utilizzare qualche paradiso fiscale –, possa essere misurato e posto a confronto con quello di un operaio, un insegnate o un ricercatore. Si cancella inoltre che nelle moderne società industriali non c’è mercato se a monte non c’è una scelta politica e istituzionale: si deve stabilire, infatti, in che misura i diritti di proprietà e il lavoro debbano essere protetti, chi paga se un’impresa o una banca fallisce, cosa può e cosa non può essere scambiato; leggi e regolamenti devono definire quali tecnologie e quali invenzioni proteggere dal copyright, e per quanto tempo. Infine, dato che nessun mercato può funzionare senza qualcuno che faccia rispettare certe regole e senza infrastrutture, va deciso come finanziare tutto questo e come ripartire il carico fiscale tra i contribuenti. Ciascuna di queste scelte ha effetti sulle retribuzioni, sui profitti e quindi sulla distribuzione della ricchezza.
Le diseguaglianze che si sono accumulate in questi decenni possono essere ricondotte a diversi ordini di ragioni, che nulla hanno a che vedere con la cosiddetta “giustizia distributiva” del mercato. Sintetizzando, due fenomeni sono da mettere in evidenza. Il primo è che negli ultimi decenni le politiche economiche hanno favorito fasce assai ristrette di popolazione. Il carico fiscale per i più ricchi, infatti, si è ridotto radicalmente: secondo l’Oxfam, oltre alla riduzione delle imposte sulle successioni e sulla ricchezza, in media la tassazione sui redditi più elevati è scesa nei paesi industrializzati dal 62% degli anni settanta del secolo scorso al 38% attuale. Nuovi diritti di proprietà su farmaci, tecnologie e materiale vivente hanno lasciato spazi crescenti per il profitto privato, spesso a scapito dei consumatori, mentre la globalizzazione e la finanziarizzazione hanno favorito l’evasione e l’elusione delle imposte da parte delle grandi imprese, alterando a loro vantaggio i rapporti di competitività anche nei confronti delle imprese medie e piccole. Infine la forza contrattuale dei lavoratori si è ridotta ovunque in misura considerevole.
Il secondo elemento è lo sviluppo delle tecnologie dell’informazione. Esse hanno portato all’affermazione di un modello industriale dei tratti completamente diversi da quelli di qualunque passato. Come ricostruisce Shoshana Zuboff nel suo volume Il capitalismo della sorveglianza, si sono combinate due spinte. La prima è stata la scoperta, da parte delle aziende informatiche, del valore commerciale delle informazioni che ciascuno di noi fornisce incidentalmente utilizzando i servizi della rete. La seconda è l’indebolimento delle protezioni legali sulla privacy che si sono avute a seguito degli attacchi terroristici dell’11 settembre 2001. Ciò ha completamente alterato il modello di business di queste imprese: nate con l’idea che la conoscenza fosse un bene comune, e che la rete potesse mettere in contatto milioni di persone diffondendo informazioni e conoscenze, le imprese del web hanno ricavano profitti dalla registrazione, l’analisi e la vendita dei dati degli utenti. Ormai tecnologie, programmi e applicazioni sono studiati proprio per raccogliere la maggiore quantità possibile di informazioni sui comportamenti di chi li utilizza. In pochi anni abbiamo pertanto assistito ad un radicale rovesciamento: ciò che avrebbe dovuto rimanere protetto come spazio privato di ciascuno, è invece nella piena disponibilità di imprese private che sfruttano queste informazioni a fini pubblicitari, politici, per condizionare l’opinione pubblica e potenzialmente anche per prevedere l’affidabilità creditizia di un soggetto o la fedeltà aziendale di un richiedente impiego. Ma siamo ancora agli inizi: con l’internet delle cose, in un prossimo futuro gli oggetti della nostra vita quotidiana potranno raccogliere e trasmettere informazioni sull’ambiente circostante, rendendo realistica la possibilità del controllo totale delle nostre vite. 
I colossi della rete, inoltre, proprio per il carattere immateriale dei loro servizi, sono particolarmente favoriti nella possibilità di eludere il fisco. Essi, in Italia come in altri paesi, hanno finora pagato solo poche decine di milioni di euro di imposte, sfruttando sia il fatto di operare su scala globale, sia le condizioni fiscali di favore offerte da alcuni paesi europei e da altri paradisi fiscali sparsi nel mondo. 
Controllo delle informazioni, potere politico e potere economico costituiscono insomma la pericolosa miscela che alimenta il capitalismo contemporaneo, e tutto questo non ha nulla a che vedere né con l’efficienza come tradizionalmente intesa, né con la “giustizia distributiva” del mercato. Eppure non è certo la tecnologia in sé ad avere effetti perversi. Infatti, così come il suo uso attuale presenta tratti sempre più inquietanti, potrebbe anche essere possibile un uso a vantaggio della collettività, che ad esempio, nello specifico, consenta ai governi di contrastare queste pratiche antisociali delle imprese. Sebbene ben poco indichi che si vada in questa direzione, è da seguire con attenzione quello che sta avvenendo negli Stati Uniti. Nel corso delle primarie del partito democratico, sia Bernie Sanders che Elizabeth Warren hanno avanzato due proposte di rilievo. La prima è quella di una tassazione del 2% sulle ricchezze superiori ai 50 milioni di dollari, proposta che ha provocato una levata di scudi da parte di economisti, politici e manager, ma che sembra incontri i favori di larga parte dell’elettorato democratico e repubblicano. La seconda, avanzata in particolare dalla Warren, prevede lo smembramento dei monopoli della rete. Anche in questo caso le proteste non sono mancate, ma gli Stati Uniti hanno una antica tradizione di leggi anti trust: agli inizi del secolo scorso la Standard Oil, che aveva una posizione di monopolio nel settore petrolifero, venne smembrata in diverse società. Difficile valutare quali possibilità vi siano che queste proposte possano essere attuate in un prossimo futuro, eppure è significativo che nel paese chiave per i destini dell’Occidente esse si trovino al centro del dibattito pubblico.

left on line, 8 ottobre 2019

martedì 15 ottobre 2019

Left n. 40, 4 ottobre 2019

Neoliberismo e barbarie, uno sfregio alla memoria

Dire che fu il patto Molotov-Ribbentrop a spianare la strada alla guerra è una lettura arbitraria dei fatti per fini di bassa politica. Del resto, il progetto di omologazione delle società occidentali al modello neoliberista, oltre a quella dell’economia, deve dare una visione semplificata della storia

di Andrea Ventura

Nel 2013 J. P. Morgan, una delle più grandi banche d’affari del mondo, affermava che le costituzioni di alcuni paesi europei sarebbero fortemente influenzate da idee socialiste e dunque, proteggendo i diritti sociali, sono di ostacolo alle politiche di austerità. In effetti è difficile conciliare con queste politiche l’articolo 3 della nostra Costituzione - secondo il quale è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli che impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione del paese - o l’articolo 36, che afferma il diritto di ogni lavoratore ad una retribuzione “sufficiente ad assicurare a sé e alla propria famiglia un’esistenza libera e dignitosa”. Oltre ad esprimere il ripudio della guerra, del razzismo, e a difendere le libertà di parola e di pensiero, la Costituzione vieta anche la ricostruzione del disciolto partito fascista. Firmano il testo il presidente della Repubblica Enrico De Nicola, il capo del governo Alcide De Gasperi e Umberto Terracini, presidente dell’Assemblea Costituente e dirigente del Partito Comunista. Affinché il progetto neoliberista possa affermarsi, quell’insieme di elementi scaturiti dalla sconfitta del nazifascismo, che lega diritti sociali, diritti politici e partecipazione democratica, deve essere sradicato.
La risoluzione approvata dal parlamento europeo, che equipara comunismo e nazifascismo, persegue gli stessi obiettivi del documento di J. P. Morgan. Il progetto neoliberista, infatti opera una radicale semplificazione del funzionamento dell’economia e delle politiche economiche. L’individuo è considerato non come cittadino, ma come consumatore: di qui l’offensiva contro quei diritti sociali che nella Costituzione italiana (come in quelle di altri paesi europei) hanno ancora un importante punto di resistenza; di qui anche il legame tra questo progetto e la risoluzione del parlamento europeo che, con un’analoga semplificazione, legge i crimini della seconda guerra mondiale come generati da un mostruoso e non meglio identificato “totalitarismo”, nato per motivi misteriosi nel cuore della nostra civiltà. Affermando, come fa la risoluzione, che il patto Molotov - Ribbentrop “ha spianato la strada allo scoppio della seconda guerra mondiale”, e invitando gli stati membri a celebrare la ricorrenza di quel patto (il 23 agosto) come “Giornata europea di commemorazione delle vittime dei regimi totalitari”, si cancella quanto avvenuto prima e quanto avvenuto dopo. Prima, solo per ricordare gli episodi più rilevanti, ci furono l’aggressione dell’Italia fascista all’Etiopia (dove per la prima volta furono usate in modo massiccio armi chimiche contro una popolazione civile), la guerra di Spagna (con le democrazie europee che lasciarono massacrare il legittimo governo spagnolo dai nazionalisti sostenuti da Hitler e Mussolini), l’annessione dell’Austria alla Germania nazista e gli accordi di Monaco. Questi ultimi avvallarono le pretese di Hitler sui territori cecoslovacchi dei Sudeti, che furono subito invasi, mostrando la scarsa determinazione di Francia e Inghilterra a contrastare il nazismo. Dopo il patto e la spartizione della Polonia, Hitler invase la Francia, bombardò Londra, e si scatenò uno scontro titanico tra l’Unione Sovietica, che combatteva per la sopravvivenza del proprio popolo (i propositi di Hitler, che a Est cercava lo spazio vitale per la nazione germanica, erano di schiavizzare e forse sterminare l’intera razza slava) e il nazismo. Hitler, infatti, in Europa non aveva più rivali, ma i sovietici resistettero a Mosca, a Leningrado, e sconfissero i nazisti a Stalingrado. Solo dopo ci fu lo sbarco degli Alleati in Sicilia, in Normandia, e la liberazione dell’Europa. L’Unione Sovietica ha pagato un tributo di sangue spaventoso, che secondo alcune stime raggiunge i 25 milioni di morti.
Ogni popolo ha diritto a celebrare la memoria delle proprie vittime, e lo stalinismo si è indubbiamente macchiato di crimini orrendi. A Katyń, nella Polonia invasa, Stalin fece assassinare 22.000 soldati e ufficiali presi prigionieri, il fior fiore della nazione. Crimini, sofferenze e violazioni dei diritti elementari furono patiti dalle popolazioni dei paesi invasi dai sovietici, come anche dagli oppositori del regime, compresi gli stessi dissidenti comunisti. L’invasione di Budapest, la fucilazione di Imre Nagy, i carri armati a Praga e tante altre vicende terribili non possono essere dimenticati. Il punto però è che quella risoluzione, affermando che fu il patto Molotov - Ribbentrop a spianare la strada per lo scoppio della guerra, fornisce una lettura arbitraria degli eventi per fini di bassa politica e di attualità. Il progetto di omologazione delle società occidentali al modello neoliberista, infatti, oltre a proporre una visione semplificata dell’economia, deve anche semplificare la storia: i buoni da una parte, che sarebbero le democrazie liberali dell’Occidente; i cattivi dall’altra, identificati genericamente come “regimi totalitari”. Ma i movimenti comunisti furono fenomeni troppo complessi per essere riconducibili alla categoria del totalitarismo, e tantomeno quella tradizione può essere accostata ad un sistema di sterminio come fu quello nazista. Possono, ad esempio, considerarsi “totalitari” il processo di decolonizzazione, la vittoria del Vietnam sugli Stati Uniti e l’Eurocomunismo di Berlinguer? Oppure furono più totalitari il colonialismo dell’Occidente, il regime di Pinochet, la dittatura Argentina, il piano Condor della Cia per l’America latina (il quale peraltro porta lo stesso nome della legione aerea nazifascista Condor che bombardò la citta spagnola di Guernica nel 1937) e lo sterminio del ‘65 di oltre un milione di comunisti in Indonesia, avvenuto col sostegno a Suharto di Gran Bretagna e Stati Uniti? Lo studio della storia richiede analisi complesse, e non è certo compito del parlamento europeo stabilire verità funzionali a questo o a quel progetto politico.
È curioso peraltro osservare che la riscrittura del passato per giustificare i rapporti di forza del presente caratterizzi i sistemi totalitari e in particolare lo stalinismo. A seguito dei processi degli anni trenta, e per tutto il periodo staliniano, famosi dirigenti rivoluzionari condannati come “nemici del popolo” erano anche cancellati dalle fotografie. I libri sulla storia della rivoluzione venivano continuamente aggiornati alle verità ufficiali, inventando nuovi eroi e eliminando figure cadute in disgrazie. La risoluzione del parlamento Europeo, che tra l’altro invita gli stati membri a inserire “la storia e l’analisi delle conseguenze dei regimi totalitari nei programmi didattici e nei libri di testo di tutte le scuole dell’Unione”, e stigmatizza la permanenza negli spazi pubblici di luoghi commemorativi dei regimi totalitari, sembra porsi sullo stesso terreno. Ma seguire questa strada scivolosa rischia di produrre scomodi paradossi. Cancelliamo i nomi di piazze e strade che si rifanno all’Unione Sovietica e a Stalingrado, ma proseguiamo poi con Gramsci, Togliatti, Rosa Luxemburg e Ho Chi Minh? Dimentichiamo Picasso, iscritto al Partito Comunista, che dipinse anche un ritratto per Stalin? E che facciamo con l’edificio che ospita la sede del parlamento europeo e che porta il nome di Altiero Spinelli, eletto in quel parlamento come indipendente nelle liste del Partito comunista? Rimangono infine un miliardo e 300 milioni di cinesi con cui l’Occidente dovrà confrontarsi. Sono anch’essi governati da un regime analogo a quello nazista?

martedì 8 ottobre 2019

Left n. 39, 27 settembre 2019

La trappola del Pil, un pianeta in ostaggio


La questione ambientale non può essere affrontata in maniera isolata dall’insieme dei temi economici e sociali. Ma il cambiamento è arduo da perseguire se gran parte dei paesi sono in preda al neoliberismo e al principio individualistico dell’homo oeconomicus

di Andrea Ventura

“Il capitale che produce l’interesse composto (…) appare come un Moloch che pretende il mondo intero come vittima a lui spettante, ma che, per un fatto misterioso, non vede mai soddisfatte, anzi sempre frustrate, le richieste che derivano dalla sua stessa natura”. La logica dell’interesse composto, osserva qui Karl Marx, è devastante, in quanto suo fine non è rivolto a soddisfare un bisogno umano: l’unica finalità è invece la crescita del capitale, senza che ciò trovi mai un limite definito. A partire dal secondo dopoguerra, con lo sviluppo dei sistemi di contabilità nazionale, le prestazioni delle nostre economie sono misurate con numero: il tasso di crescita composto del Pil. Non ci si cura se questa crescita, che pretende anch’essa “il mondo intero come vittima”, distrugga o preservi l’ambiente, avvantaggi i pochi già ricchi o i più bisognosi. Eppure c’è una profonda differenza tra il modello di crescita dei decenni successivi alla fine della guerra e quello odierno. Il primo, ispirato al New Dealdi Roosevelt, cercava di conciliare la crescita dei profitti con il miglioramento delle condizioni di vita di fasce sempre più ampie di popolazione. Questo compromesso tra capitale e lavoro, detto anche “compromesso socialdemocratico”, è entrato in crisi nel corso degli anni settanta ed è stato abbandonato nel decennio successivo, lasciando le nostre società in preda del neoliberismo e del principio individualistico dell’homo oeconomicus. Ormai, in Occidente, la crescita economica non garantisce più il benessere e la sicurezza sociale alla maggioranza, ma genera una frattura sempre più radicale tra ricchi e poveri, sia all’interno dei singoli paesi, sia su scala globale: il dato più sconvolgente a questo proposito è forse quello fornito ogni anno dall’Oxfam: nel 2010, 322 persone possedevano una ricchezza equivalente a quella della metà più povera della popolazione mondiale;  nel 2015 quel numero si è ridotto a 63, oggi è pari a 26. 

Quando, difronte alle emergenze ambientali, si recupera l’idea di Roosevelt di un “nuovo corso” – un Green New Deal, appunto – si rischia di dimenticare che il sistema sociale del dopoguerra, oltre ad essere diverso dall’attuale per quanto riguarda la struttura dell’economia e la politica economica, aveva alla base un’idea ben precisa del benessere da perseguire: il suo fine era realizzare quelle che Roosevelt riteneva fossero alcuni principi di libertà per tutti gli esseri umani, e in particolare, sul piano economico, la libertà dal bisogno. La domanda è se oggi possa affermarsi un Green New Dealsenza mettere in discussione quella mostruosa logica capitalistica già denunciata da Marx che ormai domina interamente i nostri sistemi sociali. 

Se da un lato il clima culturale e gli equilibri politici non promettono nulla di buono, non per questo mancano le spinte per un cambiamento. Anzitutto le nuove tecnologie dematerializzano la produzione, rendendo necessario un ripensamento sia delle politiche pubbliche, sia degli stessi indicatori dell’economia. Inoltre l’austerità ha pesantemente colpito i più poveri, cioè quei ceti sociali per i quali la crescita dei redditi ha ancora un’importanza preminente, alimentando la protesta sociale. Infine le politiche monetarie espansive si sono mostrate inefficaci, cosicché ormai anche Draghi è costretto a sostenere che serve un intervento dei governi. Tra l’evidenza dei guasti provocati dalle politiche neoliberiste, gli allarmi della comunità scientifica sulla sostenibilità ambientale delle nostre economie e i giovano che in tutto il mondo si mobilitano in difesa del proprio futuro, molti fattori indicano che sta maturando una consapevolezza nuova. In questo quadro, dunque, l’idea di mobilitare risorse per la difesa dell’ambiente e la riconversione ecologica ha un senso, non solo ai fini della sostenibilità ambientale, ma anche per il rilancio dell’occupazione e lo sviluppo stesso dell’economia. 

Eppure il cambiamento non può essere affidato a politiche calate dall’alto, che rischiano di favorire interessi consolidati attorno al vecchio modello di economia, né può ridursi ai vuoti ritornelli che caratterizzano attualmente il dibattito pubblico. Va anche rifiutata l’idea, di derivazione neoliberista, secondo la quale contano anzitutto le scelte individuali, e pertanto dovremmo consumare meno carne, girare in bicicletta o rinunciare ai viaggi in aereo. È invece irrinunciabile l’azione collettiva, cioè la costruzione di un’opposizione sociale e politica che riesca ad incidere a fondo sulle scelte pubbliche, le tecnologie in uso, l’organizzazione sociale ed economica. È necessario unire la difesa delle condizioni materiali dei più disagiati – terreno di scontro abbandonato dalla sinistra storica – con le lotte ambientali, la difesa del patrimonio artistico, dell’istruzione e della ricerca scientifica. Deve diventare consapevolezza comune che non c’è sviluppo umano, né sviluppo economico, senza istruzione, cultura e scienza, e che il contenuto scientifico e la qualità del lavoro che servono per un’economia che rispetti l’ambiente è molto superiore quelli che servono per bucare le montagne ed emettere gas serra: non vi è nelle lotte ambientali alcun ritorno al passato, ma uno sguardo verso il futuro. Le conoscenze e le risorse per questo passaggio sarebbero già disponibili, così come sembra abbastanza diffusa l’idea che il benessere, una volta soddisfatti i bisogni di base, si realizzi sul piano dei rapporti personali, della socialità e della qualità della vita anche nell’impegno sul lavoro. La questione ambientale ha inoltre implicazioni sull’equità e sull’accesso alle risorse, sia su scala globale che locale. Le diseguaglianze che caratterizzano l’attuale condizione umana, infatti, si ripercuotono anche sulle responsabilità delle alterazioni climatiche. Solo per fare un esempio, mentre crescono i profughi ambientali, gli abitanti dei paesi più energivori come Stati Uniti e Canada continuano ad emettere ogni giorno tanti gas serra pro capite quanti ne emettono in uno o due anni quelli dei paesi più poveri.

La questione ambientale non può dunque essere affrontata in maniera isolata dall’insieme delle questioni economiche e sociali. Ma il cambiamento è arduo da perseguire. L’intero sistema economico è costruito sul principio della crescita illimitata, principio che da un lato risponde alle pretese del capitale sul “mondo intero come vittima a lui spettante”, dall’altro ha la sua corrispondenza in quell’antropologia dell’homo oeconomicusche riduce l’individuo a consumatore e nega che l’essere umano sia naturalmente portato alla socialità. Lavorare per l’affermazione di una nuova antropologia che unisca l’uguaglianza, la socialità, la cultura e la difesa dell’ambiente, costituisce la premessa per questo passaggio essenziale per la nostra civiltà.