martedì 23 marzo 2021

Left n. 26, 26 giugno 2020

Alla nascita siamo tutti anticapitalisti

 

L’attuale sistema economico poggia sull’idea che il comportamento umano sia principalmente orientato all’accumulazione e al profitto. Una falsità che nega il tratto principale delle donne e degli uomini: la propensione alla socialità

 

di Andrea Ventura 

 

 

Nel momento in cui un ciclo di sviluppo sembra giunto al termine, è utile riflettere su alcune questioni preliminari alle scelte di politica economica. Carlo Rovelli, in un volume di qualche anno fa, ha ricordato che “i grandi passi avanti nella scienza non sono dovuti alla scoperta di soluzioni nuove a problemi ben posti. Sono dovuti alla scoperta che il problema era mal posto”. Proporrò che il problema è mal posto a partire dall’idea che il comportamento dell’uomo economico (perfettamente razionale e finalizzato al vantaggio economico) definisca la specie umana. Il punto è decisivo in quanto su questa idea poggia il neoliberismo, cioè quel modello di economia che è stato egemone negli ultimi decenni, e che urge lasciarci alle spalle. 

Due elementi vanno messi in rilievo: il primo è che questo comportamento ha la sua massima espressione nella logica capitalistica, orientata esclusivamente all’accumulazione e al profitto. L’altro è che, secondo questa idea, saremmo uomini economici non solo sul mercato, ma in ogni rapporto sociale. Il neoliberismo dunque non si limita a governare l’economia: piuttosto stabilisce il dominio dell’economia sulle altre scienze sociali, e degli uomini economici sulla società. 

Sappiamo per esperienza comune che un individuo perfettamente razionale, che tratta i propri simili come se fossero oggetti inanimati, è qualcosa che offende e ripugna. È per questo che ci opponiamo alla logica del capitale, dove il lavoratore è ridotto a mera appendice delle macchine, ed è per questo che Marx prefigurava un futuro non solo privo di povertà economica, ma dove tutti potessero realizzare pienamente le proprie qualità umane. Più che ricorrere ad argomenti moralistici o religiosi, che portano poco lontano, sappiamo da un’ampia letteratura che la razionalità di comportamento per l’utile pratico non corrisponde ad alcuna vera realizzazione umana. Il benessere economico, infatti, oltre un certo limite, non corrisponde più al benessere psicofisico del soggetto. Ciò avviene non perché i soldi facciano male, ma perché la spinta a far soldi come obiettivo esistenziale fa male al soggetto e a quelli che lo circondano. Lo aveva compreso anche Keynes, quando cent’anni fa, in Prospettive economiche per i nostri nipoti, auspicava una società dove “l’amore per il danaro (…) sarà agli occhi di tutti, un’attitudine morbosa e repellente, una di quelle inclinazioni a metà criminali e a metà patologiche da affidare con un brivido agli specialisti di malattie mentali”. Ne deriva, in modo abbastanza ovvio, che le teorie neoliberali, dove appunto questo comportamento da malato di mente è considerato appropriato per raggiungere il benessere e far funzionare la società, costituiscono un rischio per la società stessa. 

È utile qui riprendere brevemente la distinzione tra ragione strumentale e ragione oggettiva proposta dalla Scuola di Francoforte. La prima si riferisce all’uso dei mezzi, la seconda ai fini. È ovvio che, affinché l’uso di un mezzo abbia un senso, esso debba riferirsi ad un fine: debba cioè essere definito l’impiego che del mezzo si intende fare. I fini sociali (democrazia, diritti, uguaglianza, ambiente, cultura) sono legati all’esistenza di valori: essi forniscono un senso alla vita umana, sia per il singolo individuo, sia per la sfera pubblica. Secondo la Scuola di Francoforte, nel corso della modernità questo legame tra mezzi e fini (tra ragione strumentale e ragione oggettiva) è stato smarrito, lasciando che la società sia governata da una razionalità strumentale sempre più fine a sé stessa. È qui che il capitale stabilisce il suo dominio: sia il modello di comportamento dell’uomo economico, sia il suo corrispettivo nella razionalità capitalistica, si fondano sulla negazione di qualsiasi discorso sui valori e sugli obbiettivi che un sistema economico deve perseguire in un dato contesto storico. 

Possiamo affermare che questa negazione corrisponda alla cancellazione del pensiero umano, che mai può essere ricondotto al calcolo dei profitti e delle perdite. Forse solo la vita animale è riconducibile al calcolo delle energie per la sopravvivenza. Non c’è quindi pensiero umano né nell’uomo economico, né nel capitalismo, né nel neoliberismo. Abbiamo solo un calcolo di convenienza, calcolo che peraltro sarà sempre più spesso svolto da macchine: dalla scelta dei fornitori operata da alcune multinazionali, alle operazioni dei fondi speculativi, ai programmi di consegna dei fattorini, all’internet delle cose, il futuro del capitalismo si prospetta, infatti, come una combinazione tra sfruttamento delle opportunità di profitto e automazione delle scelte. 

È possibile affrontare le problematiche del XXI secolo con una teoria sociale dove gli esseri umani sono privati di tutte quelle caratteristiche che li distinguono dalle altre specie animali? Inoltre, se la razionalità non è pensiero umano, se le macchine possono sostituirci nelle scelte, cos’è il pensiero umano? Che cosa, in sostanza, ci rende umani? Questa ricerca, non semplice da sviluppare, può essere affrontata con la teoria della nascita dello psichiatra Massimo Fagioli, teoria che a mio avviso costituisce l’unica vera novità nel panorama culturale attuale. Questa teoria afferma che il pensiero umano compare alla nascita, nel momento in cui la luce colpisce la retina e attiva le funzioni cerebrali. Il pensiero, alla nascita, ovviamente non comprende la coscienza e ragione, come sarà nell’adulto. Che pensiero è allora? Secondo Fagioli, per la memoria del contatto della pelle con il liquido amniotico, il neonato intuisce (o immagina) che esista un altro essere umano con cui stabilire un rapporto. Il pensiero dunque è anzitutto “capacità di immaginare”. Sebbene le parole per raccontare di questa intuizione-immagine siano difficili da trovare, chiedersi cosa succede alla nascita è decisivo per ogni ricerca sull’uomo e la società. Infatti, a seconda della risposta che si fornisce, si hanno conseguenze di assoluto rilievo. Affermiamo che non succede nulla e che il neonato è come una tavoletta di cera? L’identità di ciascuno allora è definita dalle condizioni esterne: un’organizzazione sociale vale l’altra, e la potenza materiale della società capitalistica è destinata a dominarci ancora. Pensiamo che il neonato sia tendenzialmente violento e aggressivo? È la tesi freudiana dell’inconscio perverso, versione laica del peccato originale: il bambino dovrà essere educato e represso affinché possa adattarsi alla vita sociale, e la ragione serve a controllare gli istinti violenti che ciascuno di noi si porta dentro; se la natura umana è questa, dovremmo concludere che il fascismo sarebbe lo stato di natura dell’uomo. Se crediamo infine che pensieri e identità siano già presenti nel feto, o addirittura nell’embrione, rischiamo di cadere nella religione o nel razzismo: razze superiori e inferiori per le diversità genetiche.

La teoria della nascita afferma che siamo naturalmente portati alla socialità, non al profitto o allo sfruttamento del prossimo. È la qualità del rapporto interumano che garantisce il benessere agli esseri umani, non il rapporto utilitaristico con le cose. La ragione, che si sviluppa successivamente, è importante per il benessere fisico, ma deve integrarsi con quella dimensione affettiva che è presente fin dalla nascita. La nostra capacità di sentire la differenza nel rapportarci ad un oggetto, un animale o ad una persona, dipende da quel pensiero non cosciente che ha la sua matrice nei primi momenti della vita. Se, come vorrebbero molti maestri del pensiero, sopprimiamo l’immaginazione e gli affetti, restiamo solo con una razionalità fine a sé stessa. L’intera società tenderà a divenire una mostruosa macchina orientata al profitto, distruggendo sia noi stessi e il mondo che ci circonda. 

Abbiamo ormai poche alternative: o saremo in grado di sviluppare una nuova cultura sociale, economica e politica basata sul riconoscimento di ciò che ci rende umani, o rischiamo un pesante regresso di civiltà.

lunedì 22 marzo 2021

Left n. 41, 15 ottobre 2020

L’ideologia dei salari bassi non crea occupazione

 

Non è vero che riduzione del salario e flessibilità portino ad un aumento dei posti di lavoro. Anzi. Sono fattori regressivi che impoveriscono la società, come spiega Antonella Stirati in Lavoro e salari. Un punto di vista alternativo sulla crisi  


di Andrea Ventura

 

 

Quando la sussistenza umana era basata sull’agricoltura, i rapporti economici risultavano facili da definire. Con lo sviluppo dei mercati e della società industriale, le cause della ricchezza e della povertà furono più difficili da comprendere, tanto che nel protestantesimo l’arricchimento veniva spiegato col favore divino. Le discipline economiche nascono dunque dalla necessità di comprendere nessi sociali che non sono immediatamente evidenti. Se questi non vengono illustrati nella loro verità, i rapporti sociali rischiano di guastarsi e le politiche pubbliche falliscono nel perseguire il benessere pubblico.

         Il volume di Antonella Stirati (Lavoro e salari. Un punto di vista alternativo sulla crisi, l’Asino d’Oro, Roma, 2020) è un prezioso strumento di valutazione dello stato attuale delle discipline economiche. Le teorie dominanti sono vagliate sia nella coerenza interna, sia alla luce di quell’evento – la crisi del 2008 – che, nella loro prospettiva, risultava del tutto inaspettato. Vengono poi analizzate le nefaste conseguenze dell’applicazione di quelle stesse teorie negli anni successivi. Al contempo, riproponendo una serie di saggi già pubblicati dall’Autrice, si mostra come, con un quadro teorico adeguato, le conseguenze negative di quelle politiche fossero facilmente prevedibili.

         Rimandando alla lettura del volume gli aspetti più complessi della questione, ci soffermiamo qui sul tema del lavoro che,come indicato nel titolo, è al centro degli interessi della Stirati. È ormai senso comune che bassi salari e flessibilità possano favorire un maggior impiego di forza lavoro. La teoria dominante fa leva su questa visione semplicistica, considerando, in sostanza, il lavoro come una merce: se aumentano le rigidità e cresce il costo del lavoro la tendenza sarebbe quella di sostituire il lavoro con il capitale, alterando l’equilibrio “naturale” e generando disoccupazione. Decenni di politiche neoliberiste poggiano sul legame tra salario (e rigidità del lavoro) e disoccupazione. Nella prospettiva keynesisna, a cui l’Autrice fa riferimento, la tesi è ribaltata: il salario non è solo un costo per le imprese, ma è anche una componente della domanda di merci per le imprese stesse, cosicché l’indebolimento delle classi lavoratrici e l’impoverimento complessivo della società a vantaggio di ristrettissime élite, ha effetti recessivi ed è causa a sua volta di povertà e disoccupazione. Come viene ricostruito in modo approfondito nel volume, la complessità della relazione che lega salari e occupazione - che investe anche altri aspetti, come l’innovazione tecnologica, la qualità della forza lavoro e il tipo di competitività verso cui si indirizzano le imprese - comincia ad essere riconosciuta anche da una parte dell’economia mainstream. 

Dando il dovuto rilievo alla domanda come componente fondamentale della crescita economica e dell’occupazione, risulta anche evidente l’impossibilità di ottenere effetti espansivi dalle politiche di austerità.Queste, piuttosto, generano fenomeni recessivi e rendono ancora più pesante quel rapporto debito/Pil su cui si basano le valutazioni di sostenibilità del debito stesso. Lo stesso concetto di debito pubblico come “fardello” per le generazioni future è equivoco: ogni debito ha il suo corrispettivo in un credito, cosicché, se si lascano ad esse dei debiti, è altrettanto legittimo dire che gli si lasciano dei crediti. Abbandonando ogni retorica, è assai più proficuo, come fatto nel volume, cercare le cause della formazione del debito nelle scelte delle autorità monetarie, e mostrare il legame tra l’assetto istituzionale e il costo del debito stesso. L’architettura su cui è costruita l’Europa di oggi, che vede, caso unico al mondo, una banca centrale a cui è impedito di sostenere i debiti degli stati, sotto questi profili appare insostenibile.

Tornando al tema del lavoro, una seconda questione, forse più radicale, ricorre nell’impostazione di ricerca della Stirati: essa investe il fatto che, anche sul piano logico-analitico, non è possibile definire un salario e un tasso di profitto “naturali”, a cui tende l’equilibrio di piena occupazione. La questione è assai complessa e proviamo a sintetizzarla come segue. La teoria dominante considera che esista una data quantità di fattori produttivi (terra, lavoro e capitale) che vengono impiegati nella produzione in funzione del loro costo. Il meccanismo sarebbe il seguente: se ad esempio il costo del lavoro aumenta rispetto al costo del capitale, per le imprese converrebbe sostituire il lavoro, che è diventato più costoso, con le macchine. Se diminuisce vi sarebbe la tendenza opposta. Ma le cose non stanno affatto in questi termini. Il “capitale”, infatti, è un insieme di merci – prodotte dal lavoro – il cui valore è dato solo dopo, e non prima, che si siano formati i redditi dei fattori produttivi. Dunque non può essere il punto di partenza per determinare i redditi stessi. 

La teoria della distribuzione del reddito che si insegna in tutte le università è pertanto priva di ogni fondamento: non vi è alcuna tendenza dell’occupazione ad aumentare per la riduzione del salario. Questa critica, a cui la Stirati fa riferimento, è stata formulata con rigore negli anni sessanta da Piero Sraffa. Ad essa non è mai stata fornita una risposta soddisfacente. Il recupero del messaggio di Keynes, e la critica sraffiana alla teoria della distribuzione del reddito, consente all’Autrice di demolire con efficacia la lettura dominante della fase attuale. 

Rimane il quesito su quali siano le determinanti della distribuzione del reddito. La risposta non è semplice: decisivi, comunque, sono i rapporti di forza tra le classi sociali. Il contesto politico-istituzionale costruito in questi decenni ha prodotto le enormi diseguaglianze sociali che sono sotto gli occhi di tutti. Di questo lo stato delle discipline economiche è almeno in parte responsabile. Vi è un concetto sviluppato nell’ambito delle teorie economiche: quello della “cattura”. Si sostiene che le politiche pubbliche non possano ottenere il benessere sociale perché condizionate (catturate appunto) dagli interessi dei gruppi di interesse più potenti. Solo il libero mercato può, secondo questa tesi, garantire il benessere di tutti. Purtroppo è facile osservare quanto le stesse discipline economiche siano state vittime della “cattura”: dalla fine degli anni settanta del secolo scorso, infatti, ingenti finanziamenti sono giunti a think thank, riviste e gruppi di ricerca che si ispirano al neoliberismo, mentre il meccanismo di selezione nelle università tende a privilegiare coloro che pubblicano su riviste mainstream. Il messaggio di Keynes è stato travisato o abbandonato. Quanto di Keynes sia recuperabile in un contesto sociale e storico come l’attuale, che vede l’affermazione di un capitalismo del tutto nuovo basato sulle tecnologie del digitale, è una questione che va discussa in modo approfondito. Rimane un dato di fatto: l’offensiva del capitale contro le conquiste sociali del secolo scorso ha trovato nelle teorie economiche una delle sue armi più efficaci. Dopo il 2008, l’applicazione di quelle teorie in un contesto di gravissima crisi finanziaria ed economica, ha generato un paradossale socialismo dei ricchi, dove le regole del mercato sono fatte valere solo per i più deboli. La scissione tra l’andamento delle borse, artificialmente sostenute dalle politiche espansive delle banche centrali, e le condizioni dell’economia reale, è indicativa di quanto ormai il sistema economico funzioni solo a vantaggio di un capitalismo sempre più predatorio. Servirebbe un radicale cambio di paradigma, ma gli interessi in gioco sono troppo potenti. 

Non il valore scientifico, ma la loro funzione politica e sociale, spiega la persistenza di teorie insostenibili sul piano logico e in contrasto con i fatti. Rimangono gruppi, anche nutriti, di studiosi eterodossi che seguono le proprie linee di ricerca, forniscono utili spunti alla politica, scrivono appelli e documenti critici, ma purtroppo sono lasciati ai margini del dibattito pubblico. Per chi volesse approfondire, il volume della Stirati è un ottimo punto di partenza.

 

Left n. 23, 5 giugno 2020

Non si vive solo di Mes

 

Con il Meccanismo europeo di stabilità l’Italia avrebbe in prestito 36 miliardi per la sanità, senza sottostare a misure di austerity. Ma su questa condizione abbiamo solo fragili garanzie politiche. Per frenare la crisi senza minare l’Ue dobbiamo dotarci di strumenti di debito comune

 

di Andrea Ventura

 

 

Il Mes è un fondo finanziario creato nel 2012 per fronteggiare la crisi dei debiti pubblici e dei sistemi bancari, i cui azionisti sono i paesi che aderiscono alla moneta unica. Il suo statuto prevede che, ove un paese vi ricorra, sia soggetto a sorveglianza rafforzata e possa essergli imposto un programma di aggiustamento strutturale. L’articolo 3, infatti, afferma che “L'obiettivo del MES è quello di mobilizzare risorse finanziarie e fornire un sostegno alla stabilità, secondo condizioni rigorose commisurate allo strumento di assistenza finanziaria scelto, a beneficio dei membri del MES che già si trovino o rischino di trovarsi in gravi problemi finanziari”. A meno di una modifica dello statuto, o di una esplicita decisione del Mes stesso di sospendere il proprio regolamento, il punto non è in discussione. Essendo la fase attuale del tutto diversa da quella del 2012, per poter utilizzare i fondi del Mes è stata attivata una linea di credito speciale (il ‘PandemicCrisisSupport’) dove è previsto che il paese sia soggetto al solo vincolo che i fondi siano spesi per i costi diretti ed indiretti della pandemia. Tutto risolto quindi? Dall’acceso dibattito che investe il nostro paese non sembra proprio. 

Per valutare una questione parecchio complicata possiamo seguire due importanti documenti. Il primo è il comunicato dell’Eurogruppo del 23 aprile scorso, dove, con un linguaggio involuto e spesso contraddittorio, si definiscono le condizioni di accesso al fondo. È questo un testo che riflette esigenze contrastanti: quelle dei paesi del Nord, che sarebbero i creditori, e quelle dei paesi più colpiti dall' epidemia, che dovrebbero ricorrere agli aiuti del fondo. Leggendo il testo si possono trovare sia argomenti a sostegno della tesi per la quale le condizionalità previste dal trattato istitutivo del Mes sarebbero alleggerite, sia richiami puntuali al trattato stesso, in particolare all’articolo 13 che definisce le procedure di accesso a fondi. Il secondo documento è la lettera del 7 maggio con cui Gentiloni e Dombrovskis(rispettivamente Commissario per gli affari economici e vicepresidente della Commissione europea) si rivolgono a Mario Centeno, presidente dell’Eurogruppo. La lettera afferma che, essendo il ricorso al Mes strettamente connesso alla crisi sanitaria, non vi è ragione di attivare le procedure di sorveglianza rafforzata previste per i paesi che incontrano difficoltà interne: ai paesi che ricorrono al fondo non sarà richiesto alcun aggiustamento macroeconomico.

In sostanza abbiamo: uno statuto del Mes dove si prevede che possano essere imposte politiche di austerità sotto la sorveglianza della Commissione e della BCE; un programma specifico per la pandemia, dove la condizionalità è limitata al controllo che i fondi del Mes siano impiegati per i costi diretti e indiretti per la cura e la prevenzione dell’emergenza sanitaria; un impegno politico dove si garantisce che al paese che accede al Mes non sarà richiesto alcun aggiustamento macroeconomico.

 Muovendoci su un terno scivoloso, sul quale non è semplice illustrare quale possa essere per noi la scelta meno dolorosa, vediamo di individuare vantaggi e svantaggi del ricorso al Mes. C’è da premettere che, per spazzar via qualsiasi preoccupazione sul fatto che il ricorso al Mes possa preludere a politiche di austerità, avrebbe dovuto esservi una deroga alla normativa del Mes, e non una lettera che contiene, certo, un importante un impegno politico, ma che lascia comunque aperta la possibilità che in futuro le condizioni e i rapporti di forza possano mutare. Disponiamo in sostanza di una garanzia politica, non di una certezza giuridica. Questa scelta è legata al fatto che la deroga alla normativa avrebbe trovato l’opposizione dei cosiddetti “paesi rigoristi” del nord Europa: una scelta, dunque, forse obbligata, ma miope in quanto, se da un lato attutisce il conflitto, potrebbe in futuro generare ulteriori attriti e incomprensioni. Non è certo questo quello di cui l’Europa ha bisogno. Va chiarito inoltre che i 36 miliardi che il Mes ci presta (perché, ricordiamolo, di prestiti si tratta) potrebbero essere raccolti sui mercati finanziari. Ogni anno l’Italia rinnova il proprio debito per circa 500 miliardi di euro: 36 miliardi non sono certo pochi, ma neanche tantissimi. Non si tratta dunque di avere o meno i soldi per affrontare la pandemia, ma averli tramite il Mes o ricorrendo al mercato a costi più alti. La differenza tra le due alternative può essere stimata nell’ordine di 400-600 milioni annui, che non sono pochi, ma neanche tanti ove si valuti che sia a rischio l’indipendenza del paese. C’è da dire, inoltre, che 36 miliardi (due terzi della cifra stanziata nel “decreto Rilancio”) per i costi sanitari di un’epidemia la cui evoluzione rimane incerta, forse sono troppi. Al momento manca anche un piano per il rilancio del sistema sanitario del paese, che, considerati i vincoli nella destinazione dei fondi, dovrebbe essere preliminare alla richiesta del prestito.

Se dunque la convenienza del ricorso al Mes è dubbia, le ragioni della spaccatura che attraversa il paese vanno cercate in qualcosa di più preoccupante.La partita che si sta giocando verte su qualcosa di molto più grosso. Le forze che vorrebbero accedere al Mes, infatti, sono le stesse forze che hanno fatto dell’ancoraggio all’Europa la propria ragion d’essere. Il loro retropensiero è che il nostro sia un paese arretrato e difficilmente governabile, e che l’unica via per modernizzarlo sia quella di assorbire vincoli imposti dall’esterno. Privatizzazioni, liberalizzazioni, rinuncia al governo dell’economia e politiche di austerità sono state imposte al paese, soprattutto dalla cosiddetta sinistra, in nome dell’Europa e dei principi del neoliberismo. Questa linea è stata decisamente suicida, e a maggior ragione lo è ove fosse riproposta nella fase attuale. Essa inoltre ha prodotto una conseguenza assai pericolosa: in una parte dell’opinione pubblica si è affermata l’idea che i nostri guai dipendano dalle politiche che ci ha imposto l’Europa, e che staremo meglio senza di essa. Da destra, chi si oppone al Mes si oppone anche all’Europa. La destra cavalca la protesta generata da questi decenni di politiche antisociali, dimenticando, tra l’altro, che senza gli interventi di emergenza della Bce saremmo già in piena crisi finanziaria. Inquieta, perché senza sbocco, la prospettiva di una sua affermazione.

Con la sospensione del patto di stabilità e la possibilità che – a partire dalla proposta franco-tedesca – l’UE metta in discussione dogmi consolidati (come il divieto di trasferimenti tra Stati), e si doti di strumenti di debito comuni, potrebbe aprirsi una fase nuova. Lo scontro tra i paesi è acceso e il suo esito dipende in parte anche da noi. È dunque vitale che l’Italia sia in grado di svolgere un ruolo di primo piano, ruolo che non può essere svolto né assorbendo passivamente i vincoli esterni, né inseguendo un sovranismo demagogico e senza sbocchi. L’uso a fini di politica interna, di scelte difficili, è quanto di peggio possiamo attenderci dalla nostra classe dirigente: per l’Italia e l’Europa, ciò potrebbe avere conseguenze assai più gravi di una valutazione errata sui vantaggi e gli svantaggi dell’adesione alla linea di credito del Mes. Spagna, Portogallo e Grecia sembrano orientarsi verso il rifiuto del ricorso al Mes. Difficile che la Francia decida diversamente. Sgombrare il campo dall’ingombrante dibattito sul Mes, e da tutto quell’armamentario di regole e condizioni definito per arginare malamente una crisi molto diversa dall’attuale, sembra essere la scelta più saggia.

martedì 26 maggio 2020

left 16, 17 aprile 2020

Soluzioni all’altezza dei problemi

Paghiamo ancora le conseguenze del modo in cui fu affrontata la crisi del debito del 2011, che ha provocato l’ascesa della destra xenofoba e l’impoverimento dei paesi del Sud. La situazione odierna è più drammatica di allora. Mi ci sono margini di manovra

di Andrea Ventura

Le menzogne fanno male e rendono difficili i rapporti tra i popoli. Quando nel 2011 scoppiò la crisi del debito, le classi dirigenti dei pasi del Nord, e della Germana in particolare, raccontarono ai loro elettori che la responsabilità del disastro fosse dei greci e degli altri paesi dissoluti e spendaccioni. L’acronimo Piigs, utilizzato per indicare Portogallo, Italia, Irlanda, Grecia e Spagna, e che richiama l’inglese Pigs (maiali), è indicativo un atteggiamento ancora oggi assai diffuso. La realtà era invece un po' diversa: i debiti dei cosiddetti Piigs avevano (e hanno tutt’ora) un corrispettivo nei crediti concessi dalle banche tedesche, francesi, belghe, olandesi, per sostenere le esportazioni da quei paesi verso la periferia europea, e per lucrare sulle differenze nei tassi di interesse. All’indebitamento del Sud, nella sostanza, corrispondevano esportazioni, profitti e benessere per i paesi del centro Europa, le cui banche però, allo scoppio della crisi, si trovarono sull’orlo del fallimento. Certo, per la Merkel sarebbe stato difficile chiedere ai contribuenti tedeschi di coprire i buchi nei bilanci delle banche del paese. Così, piuttosto che affrontare il problema riconoscendo il reciproco interesse che lega creditore e debitore in ogni rapporto di indebitamento, le fu più facile accusare i greci di vivere a sbafo, chiedere all’Europa di salvare la Grecia, e fare in modo che i soldi spesi per questo cosiddetto salvataggio, passando per la Grecia, tornassero nelle loro banche. Una patita di giro, insomma, ma forse, meglio, una presa in giro che ha avvelenato i rapporti tra i popoli del continente.

Dalla crisi odierna non si esce alimentando ancora queste contrapposizioni. Purtroppo, però, esse si sono pericolosamente diffuse nelle opinioni pubbliche dei paesi europei, ciascuna delle quali sembra incapace di comprendere i drammi altrui. L’incapacità di agire dell’Europa, nella sostanza, è anche il risultato dei veleni e delle bugie del decennio trascorso. Pensiamo alla Germania: il paese non avrebbe alcun beneficio dalla fine dell’Europa. Una catastrofe in Italia, la cui industria fornisce sofisticati componenti per le sue esportazioni, indebolirebbe le stesse industrie tedesche. La Germania, inoltre, possiede una banca, la Deutsche Bank, che ha nel suo bilancio derivati di dubbio valore: di recente è stata definita una bomba ad orologeria nel cuore dell’Europa. L’aggravarsi della crisi potrebbe farla esplodere. Il nostro dramma è dunque anche quello della Merkel: essa, per il clima prevalente nella sua opinione pubblica e per i vincoli che la costituzione tedesca pone a trasferimenti verso altri paesi europei, non può accettare che l’Europa si doti di strumenti di condivisione dei rischi, ma un intervento urgente sarebbe necessario tanto per noi quanto per lei.

Il dilemma qui sommariamente delineato può essere facilmente esteso ai rapporti che in un sistema di mercato legano non solo paesi e aree geografiche, ma anche i singoli individui. Si ha in questi giorni lo svelamento di un devastante paradosso. Il pensiero economico dominante afferma che ciascuno guadagna in funzione delle sue capacità: di qui l’idea che il ricco è tale perché sarebbe più bravo e frugale del povero. Il normale funzionamento del mercato, inoltre, fornisce l’illusione che ciascuno di noi sia circondato da oggetti materiali e da servizi di cui può disporre in cambio di un pagamento, assicurandogli sicurezza e benessere. Quello che il singolo spesso non vede, e che il pensiero economico dominante nasconde, è che dietro i beni di cui disponiamo ci sono delle persone che li producono e li offrono. I rapporti che stabiliamo con le cose, in sostanza, nascondono rapporti con delle persone. Quando Marx parlava di feticismo delle merci, illustrava questo concetto: a differenza dei sistemi arcaici basati sull’agricoltura, dove la sussistenza era assicurata dal rapporto diretto con la natura, nell’economia di mercato dipendiamo dallo scambio di merci e dunque dal lavoro altrui. Siamo all’interno una rete di rapporti sociali la cui essenza non ci è immediatamente evidente. 

Oggi possiamo vedere quanto il benessere, la salute e la libertà di ciascuno debba accompagnarsi a quella degli altri. La qualità dell’ambiente (naturale e sociale) in cui viviamo non dipende dal singolo, ma dal nostro livello complessivo di civiltà. Restando all’economia, se si spezza la catena che lega il reddito di molti di noi alla spesa altrui, e i servizi che lo Stato distribuisce alle tasse che noi stessi paghiamo, non è facile ripristinarla. Se le fabbriche si fermano, i negozi chiudono, gli spostamenti si bloccano, e se infine la società si disgrega, il nostro benessere svanisce come neve al sole. E infine, perché qualcuno può disporre ancora di un reddito, e altri improvvisamente non hanno più di che nutrirsi? Perché un imprenditore che deve chiudere la sua attività dovrebbe saldare il debito con un fornitore, una banca, o pagare un affitto? Le ingiustizie lacerano in modo permanente il tessuto sociale, ricordiamolo, e sono foriere di ulteriore disgregazione. Gli esempi si possono moltiplicare a piacimento: senza gli altri, senza una vita pubblica basata su qualcosa che supera l’interesse economico, non solo la qualità della vita, ma anche la nostra stessa esistenza è in pericolo. Il pensiero economico dominante, piuttosto che illustrare questa semplice verità, l’ha nascosta, e le politiche seguite in questi decenni, piuttosto che rafforzare le protezioni sociali, le hanno indebolite. Oggi dunque, o si riconosce la necessità di affrontare questa emergenza – che chiama in causa sia le politiche europee, sia quelle nazionali – sulla base di principi assai diversi da quelli che ci hanno condotti fin qui, oppure le conseguenze saranno devastanti per tutti: certo lo saranno per i più poveri, ma lo saranno anche per i paesi e per i ceti più ricchi, il cui benessere non potrà essere garantito da una società e da un’Europa in dissoluzione. 

Purtroppo, al di là delle dichiarazioni ufficiali, dall’Eurogruppo del 7-9 aprile - che ha preparato il vertice dei leader europei del 23 aprile -, non sono uscite soluzioni all’altezza dei problemi. Paghiamo ancora le conseguenze del modo in cui fu affrontata la crisi del 2011. A seguito di essa abbiamo assistito all’ascesa della destra xenofoba e antieuropea - sempre pronta a lucrare consensi scaricando la rabbia della gente su altri popoli e paesi -, e all’impoverimento dei paesi dell’Europa del sud. La crisi odierna è assai più drammatica di quella di allora. Eppure, se da un lato sono evidenti le evidenti fratture tra i paesi e le difficoltà nel superarle, la Banca centrale europea sta cercando di evitare una nuova crisi acquistando titoli del nostro debito pubblico. Il programma di emergenza di cui si è dotata gli offre margini di manovra maggiori del passato. Il consiglio direttivo della Banca opera a maggioranza, e al momento la maggioranza è interessata a salvare la moneta unica. Ma, certo, non basterà. La mancanza di consapevolezza dei legami che abbiamo in quanto europei, e in modo più vasto in quanto esseri umani, ci potrà costare estremamente cara. 

left 14, 3 aprile 2020

Se perfino Draghi vuole più debito pubblico

Le banche devono emettere moneta senza vincoli, ha detto l’ex presidente della Bce, finora paladino dell’ortodossia. Da qui la necessità di una revisione dei trattati vigenti dell’Ue.

di Andrea Ventura

È utile illustrare la continuità tra la crisi del 2008 e la condizione attuale dell’economia globale. Il 2008 ha visto l’esplosione di una crisi finanziaria senza precedenti, che è stata affrontata riproponendo, con poche correzioni, le stesse dinamiche speculative che avevano condotto al disastro. Allora il collasso completo della finanza fu fermato grazie alle politiche ultraespansive delle banche centrali, che fecero affluire denaro a bassissimo costo al sistema finanziario. Queste politiche, soprattutto in Europa, furono accompagnare da restrizioni fiscali che causarono una riduzione dei redditi per le classi meno abbienti e un indebolimento dei servizi pubblici. Il denaro emesso dalle banche centrali, dunque, più che sostenere l’economia, restava nel circuito della finanza, arricchendo i già ricchi, alimentando la speculazione e sostenendo artificialmente i corsi delle azioni. Ma fornire moneta a basso costo a una finanza già in crisi è come fornire eroina ad un tossicodipendente. Il meccanismo è relativamente semplice: quando la liquidità è abbondante, i tassi di interesse sono generalmente bassi e gli investitori cercano rendimenti più elevati investendo in attività ad alto rischio; il sistema finanziario allora diviene via via più fragile e chiede maggiore liquidità per sostenersi. In breve, l’emissione di moneta, in assenza la crescita, serve solo a rinviare la resa dei conti. 

In queste settimane, ad una situazione già precaria, si sono aggiunte le conseguenze dell’epidemia. Scricchiolii nella finanza americana, infatti, erano già avvertibili nel settembre scorso, quando per motivi non del tutto chiari la Federal Reserve fu costretta ad emettere liquidità per 260 miliardi di dollari. Tra febbraio e marzo, con l’avanzare della pandemia, sui mercati azionari di tutto il mondo si è diffuso il panico e gli indici di borsa sono crollati. L’indice americano, in particolare, è sceso di un terzo dal massimo storico raggiunto il 19 febbraio. Il 12 marzo la Federal Reserve annunciava interventi per altri i 1.500 miliardi (circa l’equivalente delle operazioni effettuate dal 2008 ai primi mesi del 2010), consumati interamente in due settimane. Dieci giorni dopo la Fed dichiarava di essere disposta ad intervenire ancora, senza alcun limite. Sempre negli Stati Uniti, la settimana scorsa il Congresso ha approvato un piano di sostegno ai cittadini, ai servizi pubblici e alle imprese di oltre 2.000 miliardi di dollari, una cifra che si avvicina all’intero nostro debito pubblico, più del doppio di quanto fu speso nel 2008. Si prevede che questo stanziamento possa essere sufficiente solo per pochi mesi. Vi è un limite alla spesa statale e alla moneta che può emettere una banca centrale? Certamente no, ma il sistema finanziario non può reggersi su della carta priva di valore: il valore della moneta è basato sulla fiducia che la moneta stessa possa trovare un corrispettivo in un bene reale. L’economia perciò deve funzionare e il sistema finanziario deve essere solido. In tempi normali, i prestiti che le banche concedono devono affluire a investimenti che producono dei redditi in grado di ripagarli; in assenza di questa condizione, il crollo è possibile in qualsiasi momento. L’immensa liquidità che già ora si rende necessaria, indica dunque che il sistema finanziario americano, al di là dell’emergenza sanitaria, non ha soddisfatto questa condizione: esso potrebbe essere sull’orlo del baratro. La Federal Reserve svolge ormai la funzione di Banca centrale per l’economia di tutto il mondo. Un cataclisma negli Stati Uniti avrebbe effetti inimmaginabili.

Quello che vale per gli Stati Uniti vale anche per l’Europa, dove le pratiche della finanzia non sono state molto diverse. Alcune grandi banche (tedesche e francesi in particolare) versano da tempo in condizioni precarie. Non facciamoci dunque ingannare: i nostri sistemi economici potrebbero essere travolti non tanto dal Coronavirus, quanto dalle conseguenze di questi decenni di neoliberismo. Non vi sono state distruzioni materiali: un sistema economico ben funzionante potrebbe sostenereun periodo di fermo parziale della produzione. Per chi chiude o perde il lavoro sono possibili finanziamenti pubblici e privati, che saranno restituiti alla ripresa delle attività. Sono anche possibili finanziamenti all’economia e ai governi con emissioni nette di moneta. Ma oggi queste strade non sembrano facilmente percorribili, sia perché, appunto, le grandi istituzioni finanziarie private non sono solide – pertanto il calo della produzione può travolgerle –, siaperché in un’Europa mal costruita questi interventi richiederebbero un complesso percorso di revisione dei trattati vigenti. 

Sul Financial Times del 25 marzo scorso, Mario Draghi si è espresso a favore della crescita dei debiti pubblici per sostenere le perdite dei privati: come in guerra, ha affermato, “è compito del bilancio statale proteggere i cittadini e l’economia dagli shock di cui il settore privato non è responsabile e che non può assorbire”. A suo avviso le banche devono emettere moneta senza vincoli, sostenendo disoccupati, imprese e attività economiche che rischiano di essere cancellate. Debito pubblico e finanza privata, insomma, dovrebbero agire in modo coordinato per sostenere l’economia. Come molti hanno sottolineato, la presa di posizione dell’ex governatore della Bce costituisce una svolta radicale. Draghi è sempre stato un fedele guardiano dell’ortodossia. Ma la posta in gioco oggi è indubbiamente altissima; la sua uscita fa il paio con una dura presa di posizione di Conte nei confronti della Merkel, accusata nel corso del vertice europeo del 27 marzo di guadare la realtà odierna con gli occhiali di dieci anni fa. L’Europa è di fronte ad uno snodo di importanza decisiva: o cambia o si disgrega. La gabbia dei trattati e i vincoli agli interventi della BCE sono del tutto inadeguati ad affrontare la crisi in corso, e Mario Draghi ha ragione a indicare la necessità del loro superamento.

Eppure, al di là dell’emergenza, alcune cose vanno tenute a mente. Forse è presto per parlarne, ma in questo falò dei debiti privati prospettato da Draghi – cioè in questo spostamento del debito dal settore privato a quello pubblico – non vorremmo che fossero compresi i buchi di bilancio occulti della finanza deregolamentata che si sono formati nei decenni scorsi. Le banche dell’Occidente sono piene di titoli speculativi che la crisi rischia di ridurre a carta straccia. Draghi proviene da questa finanza sull’orlo della bancarotta, non dimentichiamolo. Inquieta che la Lega e parte del nostro sistema politico lo invochino come uomo forte per questo momento di crisi, o come futuro presidente della Repubblica. Dopo la crisi sarà invece necessario ripartire seguendo princìpi economici diversi, e sarà anche bene affidare le leve del potere a persone non responsabili dei disastri del passato. Non è vero che questa è un’emergenza simile a quella causata da una guerra, passata la quale si potrà riprendere a fare affari come prima. 

left on line, 25 marzo 2020

left n. 11, 13 marzo 2020

Salute pubblica first, il neoliberismo ha fallito

L’epidemia di coronavirus, come la crisi del 2008, falsifica la teoria secondo cui gli automatismi del mercato debbano governare l’economia. Oggi più che mai è dimostrato che il benessere e la qualità della vita dipendono in primis da uno Stato che funziona

di Andrea Ventura


In un momento così drammatico e incerto, è difficile scrivere di economia. Il pezzo va inviato il lunedì, è impaginato martedì e arriva al lettore due o tre giorni dopo, quando la situazione potrebbe essere molto diversa. Ecco, forse per discutere di economia dovremmo partire proprio da questa parola: incertezza. In una situazione troppo confusa posso attendere la settimana successiva per decidermi a scrivere il mio articolo, ma se, in un contesto di incertezza generalizzata, un numero consistente di imprenditori, consumatori e famiglie rimandano le proprie decisioni perché il futuro è troppo incerto, l’economia si blocca. Anche se i soldi fossero sempre a disposizione sui conti delle famiglie e delle imprese, anche se le strutture produttive fossero perfettamente funzionanti e i lavoratori pronti a entrare nelle fabbriche, il rinvio delle spese implica nell’immediato redditi ridotti per chi produce quelle merci, non venendo esse più acquistate. L’attività economica allora si contrae, le aspettative peggiorano ulteriormente e si genera una crisi. Nella sostanza la paura della crisi può essere essa stessa la causa della crisianche perché la speculazione anticipa gli eventi e cavalca le paure.. Al di là di quello che può succedere oggi - che all’incertezza soggettiva si aggiungono gravi circostanze oggettive - abbiamo qui un nodo teorico fondamentale, che differenzia la teoria neoliberista da quella keynesiana. La prima crede nella stabilità dei mercati, la seconda sottolinea l’incertezza e l’instabilità dell’economia capitalistica. La prima pensa di conseguenza che gli automatismi del mercato debbano governare l’economia, la seconda che per evitare crisi e disoccupazione siano necessarie politiche pubbliche di stabilizzazione.

Seguire la prima tesi, come è stato fatto negli ultimi decenni, ha avuto conseguenze di enorme portata sui nostri sistemi sociali ed economici: in Europa i governi hanno adottato vincoli di bilancio e rinunciato alla sovranità monetaria, mentre in tutto il mondo si è pensato che i mercati potessero sviluppare strumenti autonomi per proteggersi dall’incertezza. Anche da qui ha avuto origine quell’immensa mole di titoli derivati che ha generato la crisi del 2007-2008: il rischio individuale, trasferito a livello sistemico, ha prodotto il crollo.
Quella crisi ha mostrato quanto il modello neoliberista fosse fallimentare. Essa, inoltre, è stata in parte arginata proprio grazie all’intervento pubblico: governi e banche centrali hanno mobilitato una cifra pari a 70 volte quella spesa dagli Stati Uniti con il Piano Marshall per ricostruire l’Europa devastata dalla guerra. In particolare, le banche centrali hanno stampato migliaia di miliardi di euro e di dollari per sostenere un sistema finanziario che tutt’ora versa in condizioni assai precarie, mentre, certo in malafede, sempre con l’idea che i governi nuocciono all’economia, in molti paesi sono mancati i soldi per i bisogni dei cittadini.
Oggi un altro evento potenzialmente catastrofico sta investendo il nostro paese, con possibili effetti anche sull’economia globale. Come avviene nei sistemi complessi, infatti, perturbazioni e fratture in un punto si trasmettono e si amplificano, e possono generare conseguenze imprevedibili. Sebbene siano di natura profondamente diversa, la crisi del 2008 e il dramma di queste settimane hanno un elemento comune: essi rappresentano la falsificazione delle tesi neoliberiste. Nell’arco di poco più di un decennio, due eventi hanno mostrato che per il benessere dei cittadini è necessario l’intervento pubblico.
Negli anni seguenti al 2008 la risposta, dapprima in America e poi in Europa, fu l’enorme offerta di liquidità da parte delle banche centrali, a vantaggio degli istituti di credito e della finanza. È complesso illustrare ora le distorsioni provocate da queste politiche, ma è certo che esse hanno alimentato la possibilità dei ricchi di arricchirsi ulteriormente, mentre la massa della popolazione di benefici ne ha ricevuti ben pochi. Oggi è a rischio in primo luogo la salute pubblica, e in secondo luogo l’attività economica. L’intervento governativo dovrebbe anzitutto proteggere coloro che necessitano dell’assistenza sanitaria, e in secondo luogo chi ha perso le proprie fonti di reddito. Vanno difese in particolare quelle fasce di popolazione prive di protezioni sociali, che sono già nell’incertezza esistenziale. Vale per loro, ma vale per tutti: non vi è protezione dell’individuo senza sanità e assistenza pubblica, e senza il potenziamento di ogni forma di sicurezza collettiva. Mai come ora è evidente l’insensatezza dell’affermazione della Thatcher secondo cui “la società non esiste, esistono soltanto gli individui con le loro famiglie”, e di quella reganiana secondo cui “lo Stato è il problema e non la soluzione”. Queste affermazioni, che hanno segnato un’epoca, vanno definitivamente lascate alle nostre spalle. Oltre l’emergenza, che mostra quanto il singolo individuo sia fragile se isolato dai suoi simili, va ripesato alla radice il ruolo dell’intervento pubblico nell’economia. Peraltro, in un sistema mondiale sempre più interconnesso, l’azione collettiva è sempre più necessaria: vale per le epidemie, per l’ambiente, per gli squilibri macroeconomici, per ogni prospettiva di controllo dei flussi finanziari, per la difesa della privacy dai colossi del web, vale anche per i paesi europei nei confronti delle tensioni geopolitiche. Si deve comprendere che quell’errore di composizione, fatale per le tesi sulla “mano invisibile” del mercato – che manca appunto di riconoscere le conseguenze a catena dell’incertezza – è presente anche nel modo in cui si affrontano i numerosi e drammatici problemi che lo sviluppo umano deve fronteggiare: in troppe circostanze, oggi, o ci si salva insieme, o non si salva nessuno. 

Ora, restando all’emergenze di queste settimane, è necessario che il potenziale di risorse mobilitabile dalle banche centrali sia a disposizione dei governi e dei cittadini. In assenza di questa garanzia, gli interventi che il nostro governo sta attuando a sostegno della sanità e dell’economia – ancora peraltro insufficienti - si risolveranno in una nuova crisi del debito, con conseguenze che possono essere assai gravi per l’Europa intera. Questa garanzia implica il superamento, una volta per tutte, del divieto della Banca centrale europea di finanziare i debiti statali. Questo sostegno deve essere assicurato oggi al nostro paese, e domani ad altri paesi che dovessero incorrere in problemi di questa portata. Va chiarito che, in un sistema finanziario moderno, i limiti al sostegno che la banca centrale può fornire alle spese statali non hanno alcun rapporto con i vincoli del bilancio pubblico, o del bilancio della banca centrale. Devono essere immediatamente abbandonate le politiche di austerità, che tanti danni hanno già provocato, ripensando alla radice le regole dell’Europa. Va sviluppato un pensiero sociale all’altezza dei problemi del XXI secolo. Senza di questo, una nuova crisi è inevitabile. Alla crisi di dieci anni fa è seguita l’ascesa della destra nazionalista e xenofoba: quella che potrebbe scatenarsi oggi rischia di segnare la fine del progetto europeo.