martedì 4 luglio 2017

left n. 24, 17 giugno 2017

A sinistra un'alternativa è possibile

Il risultato di Corbyn dice che ormai, con la crisi che incalza, le sole possibilità di vittoria per un partito legato alla tradizione del socialismo non possono prescindere dal mantenimento dei propri riferimenti ideali e del proprio radicamento sociale

di Andrea Ventura


L'ex ministro delle finanze George Osborne l'ha elegantemente definita «Dead woman walking», una morta che cammina, e non sappiamo se quando leggerete queste righe Theresa May sarà ancora a capo del governo. Fino a poche settimane fa del tutto impensabile, la sconfitta del partito Tory e sua personale, infatti, l'ha lasciata priva di maggioranza parlamentare. Così Theresa May è costretta a rincorrere una malvista e innaturale alleanza con il Democratic Unionist Party (Dup), partito protestante nord irlandese. L'alleanza appare difficile: il Dup si colloca all'estrema destra, è favorevole all'insegnamento del creazionismo nelle scuole, nega il riscaldamento globale ed è contro l'aborto e i matrimoni gay. È cioè distante dalle tendenze modernizzatrici dei Tory sui temi etici, ed è anche lontano da essi sui temi sociali ed economici, essendo contrario alle politiche di austerità. Molti dunque tra i Tory avversano questo accordo. Sembra però che questa costituisca l'unica possibilità per la May di avere una maggioranza parlamentare.

La sconfitta dei Tory lascia un Paese diviso ed incerto più che mai. Ma questa sconfitta è un'ottima notizia per diverse ragioni. Esce anzitutto clamorosamente sconfitto quel “Wishful Thinking” delle classi dominanti e di tutti i principali mezzi di comunicazione di massa, che hanno spacciato come dato di fatto quelle che erano le loro aspirazioni. Dalla vittoria di Corbyn alle primarie del 2015 e del 2016, avevano decretato, infatti, la definitiva emarginazione dei laburisti, e non c'è miglior modo di lavorare per la sconfitta di qualcuno che darlo per sicuro perdente. Fa impressione rileggere oggi gli impietosi giudizi della stampa, dei principali commentatori, dei politici inglesi (anche laburisti) ed europei, che da oltre due anni lo sottopongono a derisioni ed aggressioni che sfiorano il linciaggio. Pacato, senza scomporsi, il leader ma antileader Jeremy Corbyn ha mostrato di saper tenere testa a tutti costoro, e di avere a cuore solo il rapporto col suo popolo. Ed è stato premiato. Una brutta pagina dell'informazione, che poche volte ha mostrato così esplicitamente il suo vero volto di componente organica del potere politico ed economico. Certo, come è stato detto con riferimento ad altri contesto, è difficile pretendere l'onesta da persone il cui stipendio dipende dalla capacità di diffondere menzogne, eppure, intanto, con un lusinghiero 40% dei voti Corbyn non solo ha mostrato che questo blocco di potere costituito da politici, interessi economici e mezzi di comunicazioni può essere sconfitto. 

Il risultato di Cornyn ha anche indicato che ormai, con la crisi che incalza, le sole possibilità di vittoria di un partito legato alla tradizione del socialismo non possono prescindere dal mantenimento dei propri riferimenti ideali e del proprio radicamento sociale. Attorno ad essi possono essere elaborate nuove idee e mobilitate le nuove generazioni. Queste ultime, pesantemente colpite dalla crisi, costituiscono una risorsa inestimabile perché si mantengono in larghissima maggioranza lontane dal ripiegare su sterili chiusure nazionalistiche: il futuro per loro è globale, questo è un fatto, ma non nel senso della globalizzazione del mercato e della speculazione finanziaria, piuttosto in quella assai più ricca della contaminazione culturale e della conoscenza.L'elettorato inglese sembra inoltre aver apprezzato che, nonostante le fortissime pressioni ricevute, Corbyn abbia mantenuto un difficile equilibrio nella campagna per il Brexit. Presa posizione a favore del Remain, egli è rimasto ai margini, sottolineando il fatto che l'Europa così com'è appare insostenibile. Lontano dagli sbandamenti della May, che dapprima è stata fervente sostenitrice del Remain, e poi accesa sostenitrice della "Hard Brexit", la leadership di Corbyn è apparsa più equilibrata, specie appunto agli occhi delle nuove generazioni che hanno votato largamente per il Remain.Con la sconfitta della May subiscono infine una battuta d'arresto le politiche di austerità perseguite dai conservatori. Il ritorno dell'intervento pubblico, la proprietà pubblica di ferrovie, poste, acqua e infrastrutture, la difesa della sanità pubblica, dell'istruzione e in genere della spesa sociale, l'aumento delle tasse per i più ricchi e la richiesta alla Banca Centrale di politiche monetarie espansive per il popolo, e non per sostenere banche decotte, sono stati i temi della campagna del Labor party. Al di là della probabilità che queste politiche - un tempo legate alla normale gestione keynesiana dell'economia, ma oggi rivoluzionarie - riescano ad imporsi, siamo di fronte ad un fatto da cui la classe dirigente del paese non potrà prescindere: la ripresa di consensi dei laburisti con questo programma, la perdita della maggioranza parlamentare dei conservatori e l'ipotesi di una loro alleanza con un partito di estrema destra che le avversa, rendono le politiche di austerità di difficile applicazione. Anche sotto questo profilo il risultato delle elezioni dell'8 giugno costituisce un importante riferimento per tutti coloro che non credono nel dogma del TINA (There Is No Alternative) e che lottano per un'Europa dei popoli e della democrazia, e non dei mercati e della finanza.

Certo, anche se il partito di Theresa May è andato incontro ad una bruciante sconfitta - perdendo la maggioranza parlamentare, quando aveva indetto elezioni anticipate per rafforzarla - il Labour è lontano dal disporre di un numero sufficiente di eletti per poter formare un proprio governo. Il Paese, privo di una solida guida politica proprio alla vigilia di scelte difficilissime come la gestione della Brexit, non ha ancora imboccato una strada definitiva. L'esito elettorale, pur essendo una buona notizia, non costituisce dunque una garanzia per un'inversione di rotta. Assieme alla regina, a Londra, l'incertezza regna sovrana.

martedì 20 giugno 2017

left on line, 9 giugno 2017

left n. 19, 13 maggio 2017

Narcisi di tutto il mondo unitevi

La rete ci regala un flusso continuo di informazioni. E al contempo ci imprigiona in un sistema di specchi. Facebook ci seduce mostrandoci i post degli amici ciò che già ci piace. Quella che doveva essere una piazza virtuale così diventa la sagra dell'autoreferenzialità

di Andrea Ventura



In un libro degli anni ottanta che merita ancora oggi la lettura, La società del rischio, il sociologo tedesco Ulrich Beck affermava che nelle società avanzate “la produzione sociale di ricchezza va sistematicamente di pari passo con la produzione sociale dei rischi”. Le questioni ambientali, le difficoltà nel calcolo della probabilità del verificarsi di eventi catastrofici, come anche la fiducia cieca nel fatto che la scienza sia sempre in grado di individuare la soluzione ai disastri e i problemi generati dallo sviluppo tecnologico e industriale, sono fattori che generano appunto un accumulo dei rischi e, a detta di Beck, mettono a repentaglio il benessere e la stabilità sociale.

Sebbene il testo di Beck faccia riferimento a un diverso genere di rischio, il rapidissimo sviluppo delle tecnologie dell’informazione può rientrare a tutti gli effetti in questo quadro. Rischi e opportunità, infatti, costituiscono due aspetti indubbiamente associati alla loro affermazione. Vi è anzitutto un aspetto legato alle loro potenzialità in termini di benessere diffuso. Molti servizi e informazioni che prima erano acquistati sul mercato, infatti, sono ormai accessibili gratuitamente per mezzo dei dispositivi che ciascuno di noi possiede. Questo ha enormemente ampliato le nostre possibilità di conoscere, comunicare e di scambiare saltando l’intermediazione commerciale. Questi effetti escono però dalla possibilità di essere misurati tramite i tradizionali indicatori statistici utilizzati per le merci e i servizi che hanno un prezzo o comunque un supporto fisico/materiale. Così, se in precedenza la crescita economica, come registrata appunto dalle statistiche, era associata all’aumento della quantità di beni e servizi a disposizione dei consumatori, oggi questo legame è reciso. A questo proposito si può ben parlare di “crisi” o di perdita di significato delle tradizionali misurazioni di produzione, produttività e benessere, costringendoci a guardare un po' oltre l’idea che le nostre società, come è stato spesso ricordato anche su left, debbano essere schiave dell’idea che il Pil possa costituire un indicatore di qualche significato per il benessere delle persone.

Se questi sono indubbiamente elementi positivi, sull’altro versante abbiamo gli aspetti legati alle condizioni occupazionali e alla concentrazione del potere economico presso un pugno di grandi società che controllano i servizi e le strutture della rete. Ottimisti e pessimisti dunque si contendono il terreno fornendo previsioni assai divergenti sui futuri andamenti dell’economia. Così, mentre alcuni studi indicano che gran parte dei lavori tradizionali è destinata a sparire, con i connessi rischi di aumento della povertà e dell’emarginazione sociale, altri suggeriscono invece che, oggi come in passato, la sparizione di mansioni e settori produttivi sarà accompagnata alla nascita di nuove attività in grado di assorbire l’occupazione in eccesso.

L’affermarsi di queste nuove tecnologie però non ha solo conseguenze sull’andamento dell’economia: anche politica e il funzionamento della democrazia ne risultano profondamente influenzati. Indubbiamente, se gli equilibri politici tradizionali sembrano modificarsi e nuovi movimenti hanno insperati successi, questo è dovuto non solo alla crisi economica, che è lungi dall’essere superata, ma anche al fatto che il monopolio dei tradizionali mezzi di comunicazione di massa (radio, televisione e giornali) è indebolito dalla facilità con cui l’informazione circola liberamente in rete. Chiunque oggi può facilmente stabilire contatti a lunga distanza, esprimere opinioni e, come è stato raccontato nello scorso numero di left, organizzarsi, influenzare le scelte pubbliche, dibattere e raccontare fatti per mezzo della rete.

Eppure anche sotto questo profilo i rischi non sono pochi. La rete, infatti, non diffonde in modo neutrale notizie e informazioni. Il prezzo che paghiamo per avere gratuitamente i servizi della rete, o anche solo una casella di posta elettronica, è che le nostre attività vengano scandagliate e registrate per raccogliere informazioni su noi stessi. Ciascuno di noi, in sostanza, è “profilato” sulla base delle scelte, dei contatti, degli spostamenti, degli acquisti e delle opinioni che mostra di avere. Poi, in forza di complessi algoritmi, pubblicità e notizie sono regolati in modo tale che ogni utente riceva ciò che è più conforme alle preferenze che mostra di avere, frantumando lo spazio del dibattito. Questi algoritmi consentono peraltro di favorire, bloccare o ostacolare la circolazione di alcuni contenuti.Enormi sono dunque le conoscenze sulla società e sugli individui che la rete può raccogliere e elaborare. In un futuro non lontano il nostro iPhone potrebbe tra l’altro indicarci quali negozi, ristoranti, alberghi o attività culturali di nostro gradimento si trovino nei paraggi nel corso di un viaggio o di una semplice passeggiata. E se questo da un lato può migliorare l’organizzazione del nostro tempo individuale, lasciandoci ovviamente la libertà di non usufruirne, a dismisura crescono le possibilità di controllo della società. Si va verso un mondo, prevede Morozov (Silicon Valley. I signori del silicio), in cui ogni interazione sociale è registrata e valutata, e qualcuno, da qualche parte, finirà per darci un voto come passeggero, ospite, studente, paziente, cliente, lavoratore, cittadino. Inoltre, insieme ai rischi connessi al fatto che le nostre opinioni politiche siano raccolte e utilizzate da imprese private, la rete offre anche la possibilità di manipolare l’opinione pubblica in modo diverso, e forse più subdolo e pericoloso, di quello offerto dai tradizionali canali di informazione. Nessun politico di rilievo oggi comunica o affronta una campagna elettorale senza l’utilizzo dei cosiddetti big data. Solo per fare un esempio recente, secondo un’indagine di Claudio Gatti (L’arma di persuasione di massa del tycoon, il Sole 24 ore del 20/1/2017), i discorsi contraddittori e dissociati di Trump sarebbero stati volutamente tali, consentendo al suo staff di indirizzare verso ciascun gruppo di elettori i passaggi del discorso più conformi alle loro idee politiche.

Quelli che stiamo osservando sono probabilmente soltanto i prodromi di una trasformazione sociale che, nella sua portata, potrebbe essere analoga a quella generata della rivoluzione industriale e dalla formazione della società di massa. Marx all’inizio dell’ottocento osservava l’impoverimento della popolazione, espulsa dalle attività tradizionali (agricoltura e artigianato) e ridotta al lavoro salariato, prefigurando che la miseria crescente avrebbe condotto ad uno sbocco rivoluzionario. La storia ha preso invece un corso diverso: grazie a decenni di lotte per la dignità del lavoro, la difesa dei diritti e la democrazia, l’impoverimento crescente è stato arginato e quelle fabbriche - quei “mulini satanici” - hanno generato un benessere diffuso. L’azione collettiva e la formazione di potenti organizzazioni dei lavoratori sono stati gli strumenti che hanno consentito una distribuzione più equa dei vantaggi dell’industrializzazione. 

Oggi, al di là del dibattito tra tecno-ottimisti e tecno-pessimisti, è necessario lavorare per il superamento di una visione della società basata sull’individualismo esasperato, e porre le basi per un’azione politica che riesca ad essere all’altezza delle ingenti trasformazioni che stiamo vivendo. Oltre alla necessità di una precisa consapevolezza, soprattutto tra i giovani, dei tranelli di queste tecnologie, la domanda sul genere di società nella quale vogliamo vivere è ineludibile. Solo una cultura politica che abbia al centro un’idea di benessere legata alla partecipazione, alla condivisione e alla socialità – e non al superamento della sofferenza fisica, tema che è stato invece al centro della precedente fase storica – può far sì che si colgano tutte le opportunità che questi sviluppi tecnologici offrono, e se ne contengano i rischi.

giovedì 20 aprile 2017

left n. 8, 3 marzo 2017


L'origine naturale dell'uguaglianza
Ernesto Longobardi e Andrea Ventura

Negli sviluppi delle società a capitalismo maturo sembra realizzarsi l’assunto fondamentale del neoliberismo - che ha trovato la massima espressione nella teoria economica di Milton Friedman e nelle politiche di Ronald Reagan e di Margareth Thatcher - secondo il quale “non esiste la società, ma solo i singoli individui”. Si assiste, infatti, allo sgretolarsi di tutti quei legami sociali che consentirono lo sviluppo civile del secolo passato, e in ogni campo prevalgono frammentazione, isolamento, ricerca delle soluzioni ai problemi della vita sul piano individuale, in assenza di ogni legame relazionale. Il dibattito politico è anch’esso pervaso da fenomeni di concorrenza e contrapposizione, che hanno soppiantato il confronto e la dialettica. Anche quando, nella migliore delle ipotesi, la politica si orienta verso la ricerca di buone soluzioni sul piano tecnico e amministrativo, l’esito risulta alla fine compromesso dalla mancanza di ogni idea sulla collettività cui le politiche dovrebbero rivolgersi. Il fenomeno ha corroso dall’interno le stesse forze di sinistra, che una volta affondavano le proprie radici nel terreno della socialità e dell’uguaglianza. Gruppi e partiti sono infatti lacerati, a sinistra, da divisioni che si consumano dietro singole personalità politiche, mentre manca ciò che dovrebbe conferire un senso alla politica, cioè il confronto tra visioni, idee, programmi.

L’eredità più pesante del neoliberismo è questa diffusa perdita di consapevolezza della centralità della socialità, che ha reso peraltro possibili le devastanti politiche economiche poste in essere in questi anni. Ma è, al contempo, la più bruciante sconfitta dell’idea di socialismo. Questa parola, infatti, secondo Franco Venturi, nasce alla metà del Settecento e deriva dal termine latino socialitas, dunque porta in sé il richiamo alla natura sociale dell’essere umano e alla possibilità di costruire una società basata, appunto, sulla naturale socialità umana.

L’attuale stato di cose è il risultato delle sconfitte di portata storica subite dalle forze del movimento operaio. Esso, oltre che sul piano storico e politico, va indagato nei suoi aspetti antropologici e culturali. La questione fondamentale è se davvero l’uomo sia, per sua natura, un essere sociale. Se la risposta è positiva, allora le storiche rivendicazioni di uguaglianza e di giustizia troverebbero una loro ragion d’essere, oltre il calcolo di convenienza di questo o di quel gruppo sociale. La necessità è dunque individuare in che cosa consista esattamente la natura sociale dell’essere umano. Massimo Fagioli ha fornito una risposta precisa a questa domanda, e l’ha fatto guardando dove nessuno aveva mai guardato: la dinamica della nascita dell’essere umano e la formazione della realtà psichica.Riprendiamo le sue parole dal penultimo articolo scritto per Left (n. 5/2017): 

“E la parola pulsione indica un fenomeno assurdo e paradossale perché simultaneamente alla realizzazione dell’indifferenza nei confronti del mondo non umano, realizza la memoria della sensazione del contatto della pelle del feto con il liquido amniotico che fa la sapienza senza parola che è 'la certezza dell’esistenza di un altro essere umano'. Certezza che non è pensiero verbale ma che è … essere”. 

L’essere umano è dunque per natura essere sociale, perché, nella dinamica che fa seguito alla nascita, trova la certezza dell’esistenza di un essere umano simile a sé stesso: egli, venendo al mondo, non vede, ma sa e sente tale esistenza. La scoperta investe, evidentemente, in primo luogo, la psichiatria, ma, a ben vedere, sovverte anche le basi teoriche e metodologiche delle scienze sociali e si costituisce come insostituibile premessa di ogni tentativo di costruire una teoria e una pratica politica. Finora, nella storia del pensiero umano, si è sempre cercato il fondamento della socialità e dell’eguaglianza su basi logico-razionali o su principi astratti o etici: Dio, l’imperativo kantiano, il contratto sociale (con le varie formulazioni della teoria della scelta razionale sotto il velo di ignoranza), la comunanza dei bisogni fondamentali. Anche in Marx, le forze che dovranno produrre l’emancipazione umana e la costruzione di una società di eguali sono forgiate all’interno della materialità dei rapporti di produzione capitalistici che generano la contrapposizione tra capitale e lavoro. Nessuno aveva finora pensato, come ha fatto Fagioli, a un’origine naturale, non culturale, dell’uguaglianza tra gli esseri umani.
Per Fagioli, in particolare, il fondamento della socialità e dell’uguaglianza sta in una dimensione non cosciente, che ha la sua matrice nella nascita e che consente di riconoscere l’altro come simile a sé stessi. Fondamentale, per lo sviluppo, risulta poi la risposta dell’altro, la donna, che si può costituire come conferma della speranza-certezza dell’esistenza dell’altro simile a sé stessi, oppure, all’opposto, come delusione che genererà anaffettività e scissione. Nell’essere umano adulto, dunque, la consapevolezza profonda, la certezza interiore dell’eguaglianza tra gli esseri umani, al di là di ogni differenza di natura somatica, culturale e sociale, diventa un tratto distintivo di una realtà psichica sana, mentre l’odio per il diverso e il razzismo risultano un sintomo di malattia mentale. Ne discende l’assoluta centralità, nello sviluppo umano, del rapporto donna/bambino che, di nuovo, sovverte una cultura millenaria che considera la donna un essere inferiore, un mero strumento per la riproduzione della specie. E di qui, ancora, si pone la necessità di un rapporto uomo-donna che non neghi la donna e la sua capacità di rispondere alle esigenze evolutive e di conoscenza del bambino e non solo alla soddisfazione dei suoi bisogni. La donna è il futuro dell’uomo: una cultura che distrugge la donna, distrugge, insieme, il proprio futuro.
Si dirà che, sul piano delle scienze sociali e della politica, la rottura antropologica prodotta dalla teoria di Massimo Fagioli, non è sufficiente per rispondere ai giganteschi problemi che abbiamo oggi di fronte. E’ certamente vero, ma è altrettanto vero che si tratta di un imprescindibile punto di partenza. In particolare, sul piano della politica, si pone, con assoluta evidenza la necessità di costruire un progetto che risulti coerente, nel suo insieme, con questi presupposti scientifici, si tratti delle questioni economiche, oppure di quelle di giustizia sociale, o ancora dei diritti civili, o del ruolo della donna (come ha bene messo in evidenza di recente Simona Maggiorelli nel suo Le battaglie culturali di Left. E un sogno: far incontrare sinistra e ricerca,). Una prospettiva politica che aspiri a risultare vincente sul piano culturale non può essere concepita per comparti stagni o addirittura in contrasto gli uni con gli altri, come quando si valorizza il papa per le sue aperture a istanze di giustizia sociale, dimenticando che il pensiero cristiano (da Paolo di Tarso in poi) continua a considerare la donna un essere inferiore e a condannare la sessualità che non sia esclusivamente finalizzata alla procreazione.
A un progetto politico con tali caratteristiche deve necessariamente corrispondere un nuovo soggetto politico al cui interno, secondo l’intuizione di Gramsci dei Quaderni, valgano rapporti fondati “su un’etica di gruppo che deve essere concepita come capace di diventare norma di condotta di tutta l’umanità”: non certo quanto offre il desolante spettacolo della sinistra di oggi.
Una nuova soggettività politica è anche necessaria per rifondare l’economia. E’ ora di tornare a capire quanto gli antichi maestri ben sapevano, che l’economia non la fanno i professori e i tecnici, ma i soggetti politici, che l’economia è dialettica e scontro, non l’esito di astratti modelli di comportamento razionale. L’ultima grande stagione di politica economica, quella keynesiana, poggiava su ben riconoscibili soggetti di massa e sul pieno riconoscimento della socialità, anche come conflitto.
Necessità dunque, da un lato, della politica per fare economia, e, dall’altro, di dirigenti politici che sentano come esigenza il rapporto sociale: la grande eredità dei dirigenti politici comunisti che vivevano in piena empatia con i soggetti sociali, un’eredità tutta da recuperare, perché ora, con il PD, appare inesorabilmente dispersa.


martedì 24 gennaio 2017

left n. 1, 13 gennaio 2017

Perché il Pil deve crescere all'infinito?

di Andrea Ventura


In un celebre discorso del 1968, Robert Kennedy si pronunciava più o meno in questi termini: Il Pil aumenta con la produzione di napalm, missili e testate nucleari e non fa che crescere ancora quando sulle rovine si ricostruiscono i bassifondi popolari; non tiene conto della salute delle nostre famiglie, della qualità della loro educazione o della gioia dei momenti di svago. Non comprende la bellezza della poesia, la solidità dei valori familiari o l'intelligenza dei nostri discorsi. Il Pil non misura né la nostra intelligenza, né il nostro coraggio, né la nostra saggezza, né la nostra conoscenza, né la nostra compassione, né la devozione al nostro paese. In poche parole il Pil misura tutto eccetto ciò che rende la vita realmente degna di essere vissuta”

Molta acqua da allora è passata sotto i ponti, eppure, nonostante quelle critiche siano diventate forse senso comune e sia ormai più facile trovare critici che sostenitori del Pil, esso continua a rappresentare il principale riferimento per le prestazioni di un’economia. Il motivo delle critiche è facilmente comprensibile. Quel numero non ci dice come la ricchezza è distribuita, quanto degrado ambientale genera, non è in grado di misurare le prestazioni del settore pubblico e utilizza i prezzi come indicatore del valore dei beni per i consumatori: per paradosso, ad esempio, se l’acqua che beviamo dai nostri rubinetti diviene inquinata e siamo costretti a lavorare un po' di più per comprare acqua minerale, il Pil aumenta. Tutto ciò ormai è abbastanza noto. 
Così, nel tentativo di superarlo - o almeno di affiancare al Pil qualche misura della soddisfazione di bisogni concretamente identificati - in Italia, nel 2014, la Commissione ISTAT-CNEL, istituì un progetto per il “Benessere equo e sostenibile” (Bes), progetto che individua 12 domini di benessere (salute, istruzione e formazione, lavoro e tempi della vita, benessere economico, relazioni sociali, politica e istituzioni, sicurezza, benessere soggettivo, paesaggio e cultura, ambiente, ricerca e innovazione, qualità dei servizi) e 124 indicatori. Da allora i rapporti annuali sul Bes ci forniscono preziose indicazioni su come ciascun indicatore si evolve, come si differenzia tra le varie aree del paese e quali siano gli elementi di criticità per la popolazione. 

Nonostante l’interesse di queste ricerche, e più in generale nonostante l’ampia letteratura critica nei confronti del Pil, troppi commentatori, governanti ed economisti continuano a bombardare l’opinione pubblica con notizie sul Pil e previsioni infondate su quella che sarà la sua crescita. Non solo, ma questa o quella politica - dalla flessibilità del lavoro al debito pubblico, dalle politiche monetarie al TTIP -, è proposta come buona o cattiva in funzione di quanto potrà far crescere il Pil. È necessario interrogarsi pertanto sullo scarto tra l’insensatezza di quell’indicatore e la pressione che tutti costoro esercitano affinché l’intera società sia subordinata alla crescita esponenziale del Pil. Sì, perché di questo si tratta: non di far crescere il Pil per raggiungere un livello di produzione in grado di assicurare la soddisfazione di bisogni e servizi di base, ma di farlo crescere all’infinito, ad un tasso più alto possibile, senza che ci si interessi di cosa quella produzione distrugga e di come i benefici della sua crescita siano distribuiti tra la popolazione. Perché dunque?

Diverse possono essere le risposte: il debito pubblico pesa di più sui cittadini se il loro Pil non cresce; oppure lo sviluppo tecnologico espelle sempre forza lavoro dalle fabbriche, pertanto affinché la disoccupazione non cresca deve crescere il prodotto complessivo; i servizi costano, quindi un Pil crescente garantisce che quei dodici domini di benessere possano più facilmente essere soddisfatti. Queste e altre risposte indubbiamente colgono elementi di verità, ma non dicono tutto. In fondo altre strade più dirette per affrontare quei problemi possono essere trovate. Non solo, ma indirizzare risorse pubbliche per rispondere a problemi specifici (occupazione, istruzione, servizi, ambiente, cultura) potrebbe anche far crescere il Pil, mentre la crescita del Pil, di per sé, non è la soluzione di nulla. Dunque ancora, perché? 

Una risposta può essere trovata nel fatto che indirizzare le politiche pubbliche verso la soluzione di problemi specifici significa mettere la politica prima del mercato, cioè abbandonare i dogmi del neoliberismo. In secondo luogo, e più a fondo, in un sistema capitalistico il fine è quello di ottenere il massimo tasso di profitto monetario dall’attività finanziaria o produttiva. Il capitale, infatti, non ha un obiettivo definito, ma deve crescere su se stesso al tasso più alto possibile. È la logica dell’interesse composto: 100, 110, 121, 133, 146 se il tasso di crescita è il 10%, di meno o di più se è più basso o più alto. Al di là del valore specifico che il tasso di profitto può avere, la crescita esponenziale del reddito assorbito dall’attività capitalistica prima o poi impoverisce la società nel suo insieme se il tasso di crescita complessivo dell’economia non è almeno altrettanto elevato. 
Tensioni sociali e crisi pertanto possono accompagnare un’economia guidata dalla logica del profitto ove non vi sia una crescita sostenuta del valore monetario della produzione. Insomma, è come se le nostre economie fossero governate da un mostro, o forse da una macchina, il cui unico obiettivo è divorare una fetta sempre crescente di una torta, il Pil, senza che a lui interessi se quella torta sia buona o cattiva, né se producendola si avveleni il mondo e con esso tutti quanti noi. 

Purtroppo, a detta di diversi studiosi, i tassi di crescita che il Pil ha avuto nel passato furono legati a fenomeni difficilmente ripetibili. La crescita esponenziale della produzione, infatti, ha accompagnato il passaggio dall’agricoltura all’industria, la diffusione dei consumi di massa, la costruzione delle infrastrutture ecc. Oggi, non essendo in vista un ciclo espansivo di questa natura, anzi, avendo le tecnologie dell’informazione un effetto opposto, è difficile che in futuro si potranno osservare tassi di crescita paragonabili a quelli del passato. Inoltre le politiche economiche neoliberiste seguite in tutto l’occidente impoveriscono quelli che di un maggior reddito avrebbero bisogno, favorendo quelli che invece ne hanno fin troppo. Così, coloro che dovrebbero spendere di più per soddisfare dei bisogni reali sono alle corde, mentre ricchezze sempre crescenti affluiscono verso chi possiede ingenti fortune. La crescita langue anche per questo. 

In breve abbiamo un’economia fondata su una serie di malsani paradossi: il Pil è un indicatore insensato, ma l’economia capitalistica, per la sua logica interna, impone che esso cresca il più possibile. Le politiche economiche assumono come obiettivo finale la crescita del Pil, ma pongono in essere provvedimenti che hanno l’effetto opposto. Si confida che prima o poi la crescita riprenderà a ritmi sostenuti, ma tutto indica che questo sia abbastanza improbabile. Urge un diverso paradigma teorico: affinché tutte quegli studi sul Bes trovino un terreno più solido su cui svilupparsi va anzitutto affrontata in modo nuovo la ricerca sul benessere delle persone; inoltre, in relazione a ciò, deve essere definita una prospettiva di superamento della logica capitalistica e dei criteri di razionalità economica ad essa connessi. Terreni di ricerca, questi, necessari per evitare l’erosione sempre più profonda di tutte quelle conquiste sociali e politiche che sono alla base del benessere di cui ancora godiamo.

left, n. 49, 3 dicembre 2016


E se i poteri forti avessero cambiato idea?

Nel 2013 J. P. Morgan affermò che un maggior potere all'esecutivo è necessario per la stabilità e l'integrazione europea. Ma da allora le cose sono cambiate. Oggi sia il Financial Times che l'Economist bocciano la riforma

di Andrea Ventura

Nel maggio del 2013 la banca d’affari J. P. Morgan ammoniva che le costituzioni di alcuni paesi del Sud dell’Europa, ispirate ai principi del socialismo e scritte sull’onda della caduta del fascismo,    sarebbero di ostacolo all’integrazione europea. Eppure, sempre secondo J. P. Morgan, sia sul piano delle riforme che su quello della finanza pubblica, i progressi di molti di quei paesi – e dell’Italia in particolare – sono stati notevoli: dal fiscal compact alla riduzione delle protezioni sul lavoro, fino controllo della spesa pubblica, la “convergenza” procedeva speditamente. L’ostacolo da rimuovere rimaneva dunque quello politico-costituzionale.
All’inizio di ottobre il Financial Times stroncava la riforma costituzionale di Renzi definendola “un ponte verso il nulla”. La settimana scorsa anche l’Economist si è schierato per il No, sostenendo che un paese come l’Italia, che ha avuto Berlusconi e Mussolini, è meglio che si tenga una costituzione dove i poteri di chi vince le elezioni non siano troppo forti. L’Economist ha poi rivisto le sue posizioni, mentre non sappiamo quale esito auspichi oggi J. P. Morgan per il referendum. Sebbene non sia compito delle banche dettare agende politiche ai governi, tutto questo potrebbe essere significativo. Se nel 2013 J. P. Morgan auspicava un rafforzamento dell’esecutivo mentre oggi il Financial Times e l’Economist ne temono le conseguenze, forse è perché da allora le forze cosiddette “populiste” o antisistema si sono rafforzate. Peraltro questo timore era ben presente nella parte conclusiva del documento di J. P. Morgan: l’avvento al potere in un paese chiave come l’Italia di un partito politico ostile alle élite dominanti avrebbe rappresentato un durissimo colpo al processo d’integrazione dell’Europa all’insegna della finanza.
In effetti, nel referendum che si terrà domani, più che essere in discussione i principi sanciti nella prima parte della nostra costituzione – il diritto al lavoro e ad una retribuzione dignitosa, i limiti al diritto di proprietà, il rifiuto della guerra, principi questi tanto solennemente dichiarati quanto allegramente dimenticati dai nostri governanti –, sono in questione i limiti che il partito uscito vincente dalle urne, anche con una risicata maggioranza relativa, può avere nel governare il paese. Con il Sì e con il No, infatti, gli elettori indirettamente si pronunceranno su quel vergognoso Italicum approvato a colpi di fiducia da un parlamento eletto a sua volta da una legge elettorale, il Porcellum, che la Corte costituzionale ha dichiarato incostituzionale. L’Italicum assegna ad una minoranza la maggioranza dei deputati alla Camera, eletti senza preferenze e senza controllo democratico nella compilazione delle liste elettorali dei partiti. Se prevale il No, la legge elettorale andrà riscritta in quanto pensata per entrare in vigore assieme alla riforma costituzionale, dove solo la Camera dà la fiducia al governo.In conclusione con il Sì il potere del “capo” esce rafforzato, sia per il controllo che ha sulle liste elettorali del suo partito, sia per la legge elettorale, sia per il rafforzamento dell’esecutivo che queste modifiche costituzionali garantiscono. Un maggior potere dell’esecutivo, affermò nel 2013 J. P. Morgan, è necessario per la stabilità e l’integrazione europea. Ma da allora molte cose sono cambiate. Potrebbe darsi che la vittoria del Sì al referendum, all’opposto, permettendo ad una forza politica antisistema di governare in solitudine, generi ulteriore instabilità in un paese chiave del continente europeo. Forse è questo l’esito che, guardando oltre l’immediato, alcuni già intravedono con preoccupazione.

martedì 11 ottobre 2016

left n. 40, 1 ottobre 2016

Quando i poteri forti bocciano le idee di Keynes


Una moneta mal costruita, come è oggi l'euro, mette in crisi sistemi 

economici e benessere dei popoli. L'economista britannico l'aveva 

capito e propose un sistema basato sulla compensazione.

di Andrea Ventura


Henry Ford una volta affermò che se la gente capisse la natura del nostro sistema finanziario e creditizio scoppierebbe una rivoluzione domani mattina. In effetti, uno dei principali meccanismi di controllo della società e dei sistemi economici risiede nella generazione della moneta. Da tempo, infatti, la moneta ha perso ogni valore intrinseco: è solo carta, anzi la stessa carta è ormai sostituita da informazioni sui debiti e crediti trasmessi tramite computer. Essa viene generata nel momento in cui un ente o un’istituzioni effettua una richiesta di credito. Se ad esempio un governo ha bisogno di finanziare una spesa, potrebbe stampare un titolo del debito pubblico, venderlo alla Banca centrale e ottenere danaro per coprire il debito stesso. La moneta nasce dunque da uno scambio di carta (il titolo) con carta (la moneta), a cui segue la spesa governativa. Se un’impresa industriale o una famiglia ha bisogno di un prestito per un’investimento, o per acquistare una casa, cede alla banca una garanzia – eventualmente sull’immobile stesso – e la banca attiva sul suo conto una certa somma che può essere spesa per l’investimento in questione. La banca può anche girare questa o altre garanzie alla Banca centrale e ottenere del contante per la propria clientela. Il sistema finanziario nel suo complesso pertanto non ha limiti materiali nell’ammontare delle proprie operazioni. Il vincolo, infatti, è costituito solo dall’opportunità di concedere o meno il credito al soggetto che richiede. In questo contesto, pertanto, la moneta tende ad essere facilmente disponibile per chi è già ricco - le garanzie che i ricchi possono offrire riducono il rischio di perdite per chi concede il credito – e scarsa per chi è povero.

Troppa o troppo poco. La moneta

In Europa la BCE, per statuto, non può finanziare il debito statale. Dunque gli stati devono ricorrere al credito delle banche o ai risparmi dei cittadini, come se fossero dei soggetti privati. Eppure, come si è visto in questi anni, quando il sistema finanziario è gestito in modo fallimentare e deve essere salvato, lo Stato interviene per evitare il disastro: noi come collettività dunque garantiamo per la moneta emessa dal sistema creditizio, con i pesanti costi che ne conseguono, poi però dipendiamo dalle condizioni imposte dalla finanza quando dobbiamo chiedere quella stessa moneta in prestito.
Il fatto poi che la moneta venga immessa dall’esterno (dal sistema bancario nel suo complesso) nell’economia reale, e che la moneta stessa possa essere offerta e sottratta dall’economia reale, è uno dei motivi della crisi che le economie occidentali stanno attraversando. Difficilmente, infatti, essa riesce ad essere offerta nella quantità giusta per assicurare una crescita economica equilibrata. Spesso è troppa, oggi sembra troppo poca e le Banche centrali cercano di aumentarla. I risultati però sono scarsi, sia perché le banche nei periodi di crisi evitano di rischiare offrendo credito, sia perché le imprese hanno poca voglia di prendere a prestito, prevedendo un futuro difficile per i propri prodotti.

Il principio della compensazione

In questi anni di crisi si stanno sviluppando sistemi monetari alternativi basati sul principio della compensazione. Il più noto è il circuito svizzero Vir, costituito nel 1934 per far fronte alla carenza di liquidità generata dalla crisi del 1929. In Italia notevoli sviluppi ha avuto di recente il Sardex, nato in Sardegna, che conta ormai quasi 4000 aderenti; esperienze simili si stanno sviluppando anche in altre regioni italiane. Sul principio della compensazione si basava anche l’Unione Europea dei Pagamenti, nata in Europa nel 1950 per finanziare la ricostruzione del dopoguerra e sciolta nel 1958. Le monete a compensazione funzionano in modo completamente diverso: la moneta non è immessa nel circuito a discrezione di un’istituzione esterna, come può essere una Banca centrale o un istituto di credito, a cui segue in un secondo momento lo scambio o la produzione di merci. Chi è ammesso al circuito acquisisce il diritto di comprare a debito da altri aderenti, i quali a loro volta possono usare quel credito per comprare prodotti da altri soggetti facenti parte del circuito stesso. In questo modo la moneta nasce contestualmente all’atto di scambio, con alcuni importanti vantaggi. Anzitutto alcuni studi effettuati sul Vir hanno mostrato che questi circuiti monetari funzionano in senso anticiclico: in sostanza sono in grado di contrastare la carenza di liquidità dell’economia. Questo perché, mentre le banche, nella crisi, riducono il credito concesso (è il cosiddetto “credit crunch” di cui tanto si discute), dunque tendono ad aggravare la recessione, qui la moneta si genera contestualmente alla circolazione delle merci e in stretto rapporto con l’economia reale. Se serve della moneta, chi aderisce al circuito l’ottiene immediatamente nel momento in cui qualcuno acquista i suoi beni o servizi.

Una moneta non capitalistica

In secondo luogo questo tipo di moneta può essere accumulata solo entro certi limiti, e non frutta interessi. È un vantaggio non da poco, in quanto questo evita che si sottragga del danaro all’economia reale. L’atto di accumulazione della moneta, infatti, corrisponde ad una mancata spesa, dunque è l’altra faccia della mancanza di lavoro. Per questo le crisi economiche sono strettamente connesse agli andamenti finanziari. La moneta a compensazione, inoltre, proprio per il fatto di non poter essere accumulata è una moneta non capitalistica. Essa, infatti, tende a rimane all’interno del circuito, come credito utilizzabile solo per l’acquisto di merci all’interno del circuito stesso, e non ha valore se non in quel contesto. Non vi sono pertanto interessi sui prestiti, né titoli o titoli derivati, né sono possibili quelle astruse “ingegnerie finanziarie” che contraddistinguono le modalità tradizionali di gestione della moneta.
In realtà, rispetto alla gigantesca quantità di moneta che circola nei nostri sistemi economici, i sistemi a compensazione sono gocce nell’oceano: i 50 milioni di euro del Sardex dell’anno scorso, rispetto ai 33 miliardi del Pil della regione Sardegna, non sono molto. Eppure l’esperienza non è da sottovalutare: non solo perché il Sardex ha tassi di crescita che indicano potenzialità ancora inespresse, o perché l’esempio del Sardex e del Vir si costituiscono ormai come modelli da imitare.


Un impiego su larga scala?

Il principio delle monete a compensazione, infatti, ha anche la possibilità di essere impiegato su scala assai più vasta. Alcuni studi suggeriscono che esso potrebbe essere utilizzato, riprendendo appunto l’esperienza dell’Unione Europea dei Pagamenti, per il commercio tra i paesi dell’euro. Attualmente, ad esempio, la Germania ha accumulato un enorme surplus commerciale nei confronti dei paesi del Sud Europa. Questo surplus è l’altra faccia della crisi che investe questi ultimi. Il sistema a compensazione potrebbe essere associato ad un interesse negativo, cioè ad un costo, per i paesi che accumulano un surplus, inducendoli a spendere e a sostenere la crescita di quelli in deficit. A Bretton Woods, nel 1944, quando gli alleati posero le basi per la ricostruzione del sistema finanziario internazionale, Keynes propose una “Clearing Union”, cioè un sistema basato appunto sulla compensazione. Gli interessi contrari erano troppo forti ed egli fu sconfitto. Purtroppo ripensamenti su questioni di questa natura avvengono a seguito di catastrofi che nessuno si può augurare. Eppure la proposta di Keynes sarebbe da riprendere: i problemi che nascono da una moneta mal costruita, come l’Euro, hanno gravi effetti sulle prestazioni dei sistemi economici, sui rapporti tra gli stati e sul benessere dei popoli.