martedì 22 agosto 2017

left n. 30, 29 luglio 2017


Fine vita e ius soli, perché la Chiesa dice no.

La concezione che vede contrapposti i diritti dell'uomo rivendicati dalla rivoluzione francese, e i diritti della persona che proverrebbero da dio, non è stata superata. Così come non si è mai pienamente affermata la dottrina dell'uguaglianza indipendentemente dal credo religioso

di Andrea Ventura 


    E così i centristi, che alla Camera avevano dato il loro assenso, non sono stati più disponibili a fornire alla legge sullo ius soli il sostegno per la sua approvazione al Senato. L’ostilità alla legge del Movimento 5 Stelle, della destra, e il mancato appoggio di una parte della maggioranza, hanno spinto il governo a rinviare a dopo l’estate. Non sappiamo se questo sia solo un rinvio, oppure segni la fine di quella legge, ma al di là delle ragioni contingenti che avrebbero indotto il governo a rinunciare, qualche domanda dobbiamo porcela. Come mai proprio i centristi, il partito più vicino alla Chiesa – che dunque sappiamo a quali sollecitazioni risponda – , ha cambiato posizione su questa scelta di civiltà. Come mai il cattolicissimo Mattarella ha espresso sollievo per la rinuncia del cattolicissimo Gentiloni? E perché, pur vedendo la legge con favore, su questo tema la Chiesa ha mantenuto un certo riserbo? Non invochiamo qui certo l’ennesima ingerenza, ma porci appunto qualche domanda sul fatto che il mondo cattolico sia stato così tiepido nei confronti della legge, fornendo infine un contributo decisivo alla sua mancata approvazione. E la risposta non è difficile da trovare.
    La dottrina cattolica considera come atti d’amore la carità, il sostegno alla sofferenza, l’aiuto ai bisognosi, ma quando si tratta dell’esercizio dei diritti e del principio di uguaglianza ha sempre mostrato estrema cautela. La ragione di ciò va individuata in un nodo di difficile scioglimento. Per la Chiesa, infatti, i diritti non provengono dalla sovranità popolare, dunque non sono connessi allo sviluppo della democrazia e all’esercizio della libertà, ma da Dio. E questo è un fatto che l’analisi della storia e del pensiero cattolico può facilmente accertare. Non solo la Chiesa ha sempre contrastato la concezione dei diritti dell’uomo come definiti dalla Dichiarazione del 1789 – affermando che la libertà di culto, di pensiero, di stampa, come anche l’idea che tutti gli uomini siano uguali, sono principi contrari alla religione cattolica –, ma anche quando, con la Rerum Novarum del 1891, Leone XIII ha riconosciuto alla “persona” alcuni diritti di tipo economico (giusto salario, vita dignitosa, diritto alla proprietà, contratti e protezioni nei luoghi di lavoro) egli è rimasto ben lontano dal sostenere quei diritti politici che erano lo strumento tramite il quale le classi subalterne potevano emanciparsi anche economicamente. È per questa sua opposizione alla libertà politica che la Chiesa si è sempre trovata a suo agio accanto alle peggiori dittature, da quella di Mussolini, a Franco (la cui costituzione fu a lungo considerata come modello ideale per i rapporti tra Stato e Chiesa), all’America latina.
    L’ostilità della Chiesa all’affermazione dei diritti dell’uomo prosegue fino al secondo dopoguerra, quando, dopo le catastrofi generate dalla loro negazione, con le discussioni e le lacerazioni tra i cattolici attorno ai principi sanciti dalla Carta delle Nazioni Unite del 1948, e poi con Giovanni XXIII, si giunge al fatto che la Chiesa riconosce i diritti della “persona umana”, indicando però con questa dizione la necessità che i diritti dell’uomo rimangano subordinati ai diritti della persona: questi ultimi, in realtà, più che diritti dell’individuo sarebbero diritti di Dio, e di essi dunque la Chiesa vuole esserne l’interprete.La libertà e l’uguaglianza (tra uomini e donne anzitutto, ma anche tra battezzati e non battezzati, tra credenti e non credenti, tra ebrei – definiti fino al Concilio Vaticano II come “popolo deicida” – e cattolici, e via elencando) dunque, non sono temi che trovano spazio nella sua dottrina. Così, anche per questo, la Chiesa è a suo agio quando deve fare la carità, ma lo è molto meno quando si tratta di affermare un’uguaglianza nei diritti. Dunque la legge sulla cittadinanza può anche essere messa da parte.
    Certo, il mondo cattolico ormai è un mondo assai articolato: nel secondo dopoguerra si è mosso con relativa autonomia, portando grandi masse alla partecipazione alla vita politica dell’Italia post fascista; oggi le organizzazioni cattoliche svolgono un ruolo importante su diversi terreni, anzitutto quello dell’accoglienza, tema che, allo stato attuale, non può certo essere trascurato. Eppure quella concezione che vede contrapposti i diritti dell’uomo rivendicati dalla Rivoluzione francese, e i diritti della persona che proverrebbero invece da Dio, non è mai stata superata, così come non si è mai pienamente affermata la dottrina dell’uguaglianza indipendentemente dal credo religioso. Forse è anche per questo che frange del mondo cattolico vedono con diffidenza l’allargamento della cittadinanza a ragazzi molti dei quali sono vissuti in famiglie non cattoliche.

    Questo nodo non risolto lo ritroviamo nelle posizioni della Chiesa sul fine vita, altra legge approvata alla Camera la cui discussione definitiva, come è accaduto per lo ius soli, è stata rinviata a dopo l’estate, rischiando di non essere approvata prima della fine della legislatura. L’idea di fondo dei cattolici è che la vita umana non appartiene all’individuo, ma a Dio, cosicché se Dio non le pone un termine, medico, paziente e familiari non possono operare in autonomia. In sostanza, se Dio ha deciso diversamente, lo Stato non può garantire il diritto dell’individuo ad una morte dignitosa.
    Anche qui abbiamo divergenze all’interno del mondo cattolico: alcuni si dichiarano favorevoli ad una legge che lasci al medico e al paziente, nei casi dei malati terminali, ogni decisione sul proseguimento delle cure, altri invece sono contrari, eppure la dottrina ufficiale è chiara. La troviamo espressa con precisione in quel testo che purtroppo molti a sinistra hanno apprezzato: l’enciclica di papa Francesco, Laudato sì. L’enciclica ruota attorno al no alla cosiddetta “cultura dello scarto”. No dunque all’aborto, al fine vita, alla contraccezione e al controllo delle nascite, assimilati, in questa idea dello scarto, all’inquinamento e al consumismo. Ancora un no alla libertà umana dunque, perché nel cuore umano ferito dal peccato si nascondono violenza e malattia (§2). Dio, ricorda papa Francesco, non ha “affidato il mondo all’essere umano”, “la vita umana stessa è dono di Dio” (§5). E ancora “il libro della natura è uno e indivisibile” (§6), tutto è connesso, poveri, embrioni, disabili, dunque “non è neppure compatibile la difesa della natura con la giustificazione dell’aborto” (§120).
    L’enciclica termina con una nota di fiducia nel futuro, in uno strano futuro, quello che ci attende dopo la morte, dunque in un’eternità che costituisce l’annullamento assoluto del fatto che la vita umana ha un inizio e una fine:

“Alla fine ci incontreremo faccia a faccia con l’infinita bellezza di Dio (...) La vita eterna sarà una meraviglia condivisa, dove ogni creatura, luminosamente trasformata, occuperà il suo posto e avrà qualcosa da offrire ai poveri definitivamente liberati” (§243).

    Contano poco dunque queste nostre misere vicende terrene. Lotte per i diritti, povertà, sofferenze, delusioni e ingiustizie saranno tutte superate nella beatitudine eterna: la confusione tra vita e morte, tra il fine della vita e la fine della vita, raggiunge qui gli esiti più disastrosi.Il dramma nei rapporti tra la sinistra e il mondo cattolico è che quest’ultimo ha un pensiero, o meglio un insieme di credenze basate su alcuni dogmi, mentre la sinistra appare priva di un pensiero alternativo sulla realtà umana e sulla società. Non bisogna infatti dimenticare che il rapporto con Dio, per un cattolico, è più importante del rapporto interumano, e i voleri di Dio – come interpretati dalla Chiesa di Roma – contano più dei voleri liberamente espressi dagli esseri umani. Lunghe battaglie hanno per questo accompagnato conquiste civili elementari quali il divorzio, la contraccezione e l’aborto, duri scontri hanno segnato leggi come quella sulla fecondazione assistita, e oggi siamo ancora in attesa di una legge decente per il fine vita.

    Tutto questo è particolarmente grave nella misura in cui ci si accinge a costruire una nuova formazione o aggregazione delle forze della sinistra. La paralisi politica del PD, che vede il partito lontano dai temi della giustizia sociale, perché compromesso col neoliberismo, e in difficoltà su due leggi care alla sinistra come quella sulla cittadinanza e sul fine vita, perché compromesso con il cattolicesimo, mettono in evidenza la necessità che questa nuova forza politica sia nuova anche sul piano delle idee. La dialettica con i cattolici va svolta a partire da un soggetto politico autonomo da quelle credenze, e non da un paralizzante compromesso con esse. Più che “posizionarsi” in funzione del vuoto lasciato dalla deriva del PD, come stanno facendo pezzi della vecchia classe dirigente, si tratta di individuare strade che non si siano già mostrate fallimentari.

giovedì 20 luglio 2017

left n. 36, 1 luglio 2017

Uguali e diversi, tutti cittadini

La legge sul diritto di cittadinanza basata sullo ius sanguinis affonda le proprie radici ideologiche in una mentalità razzista. La stessa che ispirò le vergognose leggi razziali del 1938

di Andrea Ventura


L’idea che le leggi razziali del 1938 fossero una conseguenza di quell’avvicinamento tra Hitler e Mussolini culminato nel Patto d’acciaio del 1939, non regge all’analisi storica. L’Italia, infatti, aveva una propria tradizione di pensiero razziale risalente a ben prima di quei fatidici anni. Nutrito da figure quali i celebri economisti Pareto e Maffeo Pantaleoni, lo statistico Gini, Rocco e Agostino Gemelli, il razzismo fu infatti una componente significativa del pensiero sociale italiano. Vale la pena di ricordarlo, oggi, anche perché non ha altro fondamento, se non quello razziale, l’idea che l’identità dei membri di un popolo possa essere definita su base biologica, e dunque quest’ultima debba figurare come requisito per l’acquisizione della cittadinanza.

In tema di cittadinanza si hanno due principi: il primo, quello seguito da paesi quali Stati Uniti, Francia, Spagna, Germania, Regno Unito, riconosce sotto alcune condizioni lo ius soli, cioè muove dall’idea per la quale la cittadinanza è assegnata a chi nasce sul territorio nazionale. Il secondo principio, quello che vige in Italia e che il Senato – nonostante l’opposizione della destra e del Movimento 5 Stelle si spera riesca finalmente ad abolire, è basato all’opposto sul ius sanguinis: è cittadino chi, nato in Italia o all’estero, è di discendenza italiana e non lo è, salvo il verificarsi di alcune condizioni, chi nasce sul territorio italiano da genitori che non sono già cittadini del paese. Quest’ultimo principio tradisce la sua origine nel pensiero razziale: non contano la lingua, la cultura, l’istruzione, o anche il periodo più o meno lungo di permanenza nel paese, ma vige un’idea per la quale vi sarebbe, come indica la dizione stessa, un diritto alla cittadinanza italiana che si dovrebbe trasmettere per via fisico/biologica. Chi ne è privo è pertanto costretto a vivere una condizione diversa, con meno diritti, in conseguenza appunto di una circostanza a carattere genetico.

Ora, a parte il fatto che non è rintracciabile alcuna specificità nel sangue o nel patrimonio biologico che sia in grado di definire questa italianità, è evidente il senso d’ingiustizia – o meglio la vera e propria violenza – di cui questo principio è portatore. Si stima in circa ottocentomila, infatti, la popolazione giovanile che nel nostro paese, a causa di questa malsano fondamento per la concessione della cittadinanza, è in vario modo discriminata. Cittadini di serie B dunque, che studiano, lavorano, pagano le tasse, hanno amicizie, affetti e riferimenti culturali del tutto indistinguibili dai loro coetanei, ma non i diritti corrispondenti. E se appare odiosa una società che esclude chi batte alle sue porte in cerca di rifugio da guerre e miseria, a maggior ragione è odiosa la creazione, tra quelli che a tutti gli effetti possono essere considerati cittadini del paese, di due classi di persone sulla base di una presunta diversità nell’eredità sanguigna.

Ma, al di là della ridicola rivendicazione di un’identità umana basata sul sangue in un paese come il nostro che, per storia e posizione geografica, è sempre stato caratterizzato da ingenti flussi migratori sia in entrata sia verso paesi lontani, esistono “razze” umane? Se la risposta, com’è ovvio, è negativa, su che base possiamo affermare l’uguaglianza tra tutti gli esseri umani?Un primo argomento relativo all’unità della specie umana è legato al fatto che, com’è ormai certo, siamo tutti discendenti da un ceppo unico, originario dell’Africa, vecchio di circa 200.000 anni. Recentissime ricerche hanno spostato ancora all’indietro quest’origine, ma, al di là di questo, ciò che rileva per il nostro argomento è che la specie umana ha un’origine unica e ha colonizzato il pianeta caratterizzandosi, più che per la sedentarietà, per il nomadismo, l’esplorazione di terre sconosciute e la capacità di adattamento agli ambienti anche più estremi. Ma questa capacità di esplorare, modificare, inventare strumenti – come anche forme artistiche – a che cosa fa capo?

Secondo la teoria della nascita di Massimo Fagioli la specificità umana è legata a una particolare reazione che la materia cerebrale attiva quando, alla nascita, è colpita dallo stimolo luminoso. Con questa reazione l’essere umano annulla ciò che lo circonda e crea contestualmente una realtà mentale intera che definisce la sua identità, appunto, di essere umano. Questa realtà interna dapprima spinge l’essere umano a immaginare l’esistenza di un altro essere simile a se stesso con cui prendere rapporto, poi, sviluppandosi e arricchendosi nel corso della vita per mezzo di esperienze e conoscenze, fa sì che gli uomini siano creativi di fenomeni quali l’arte, la scienza, la scrittura, come anche la cultura in senso lato e la storia, fenomeni questi del tutto assente nelle altre specie viventi che seguono invece comportamenti ripetitivi, prevedibili e largamente prefissati.

Gli uomini sono dunque uguali non solo per le loro caratteristiche fisiche e biologiche, ma soprattutto per le loro caratteristiche psichiche, e in particolare per la dinamica della formazione del pensiero che consente loro di inventare e di modificare la propria condizione. Questa dinamica è uguale per tutti, anche se poi ciascuno sviluppa contenuti propri in funzione dell’esperienza, delle opportunità, della cultura in cui si forma, e forse anche delle personali capacità creative. L’individuo si può anche ammalare se subisce delle violenze – non solo fisiche, ma soprattutto di tipo psichico – specie nei primi anni di vita. Per questo gli esseri umani possono essere creativi, ma anche distruttivi: se diventano tali, la loro distruttività è di natura del tutto diversa da quella delle altre specie, le quali, se distruggono, lo fanno per sopravvivere, non certo per esercitare un’inutile violenza.

Ora, per tornare al nostro tema, i ragazzi a cui molti, in questi giorni, verrebbero negare ancora la cittadinanza, subiscono una violenza che non è solo quella legata alla mancata possibilità di esercitare dei diritti pienamente riconosciuti ai loro coetanei, dunque una violenza legata a una discriminazione materiale. I giovani che questa legge attendono da anni subiscono anche una violenza psichica legata a un pensiero per il quale essi costituirebbero un’umanità inferiore. Ma l’umanità inferiore è quella di coloro che appunto negano diritti elementari a una parte sempre più cospicua della nostra società sulla base di un criterio discriminatorio privo di senso. Costoro ci fanno dubitare che, dai tempi dei nostri progenitori africani, tutto questo progresso ci sia effettivamente stato. O meglio, se c’è stato, esso ha investito la scienza, la tecnica, la potenza materiale, mentre è rimasto povero, se non addirittura potrebbe essere arretrato, per quanto riguarda il piano del rapporto sociale. Da questa povertà nella socialità hanno origine sia quell’incapacità nel gestire in modo equilibrato il progresso economico, generando la distruzione degli equilibri naturali del pianeta, sia l’artificiosa creazione di barriere tra individui, popoli e culture.

Eppure non possiamo guardare indietro, dunque non abbiamo scelta: la caratteristica umana è la contaminazione, il nomadismo, l’aspirazione a una vita migliore, la realizzazione nel rapporto con i propri simili. Oltre la lotta contro ogni discriminazione, è necessario che si abbia chiarezza su dove volgere lo sguardo affinché possa affermarsi una nuova idea di uguaglianza e di giustizia sociale, per l’effettivo esercizio dei diritti, non solo quelli di cittadinanza.

martedì 4 luglio 2017

left n. 24, 17 giugno 2017

A sinistra un'alternativa è possibile

Il risultato di Corbyn dice che ormai, con la crisi che incalza, le sole possibilità di vittoria per un partito legato alla tradizione del socialismo non possono prescindere dal mantenimento dei propri riferimenti ideali e del proprio radicamento sociale

di Andrea Ventura


L'ex ministro delle finanze George Osborne l'ha elegantemente definita «Dead woman walking», una morta che cammina, e non sappiamo se quando leggerete queste righe Theresa May sarà ancora a capo del governo. Fino a poche settimane fa del tutto impensabile, la sconfitta del partito Tory e sua personale, infatti, l'ha lasciata priva di maggioranza parlamentare. Così Theresa May è costretta a rincorrere una malvista e innaturale alleanza con il Democratic Unionist Party (Dup), partito protestante nord irlandese. L'alleanza appare difficile: il Dup si colloca all'estrema destra, è favorevole all'insegnamento del creazionismo nelle scuole, nega il riscaldamento globale ed è contro l'aborto e i matrimoni gay. È cioè distante dalle tendenze modernizzatrici dei Tory sui temi etici, ed è anche lontano da essi sui temi sociali ed economici, essendo contrario alle politiche di austerità. Molti dunque tra i Tory avversano questo accordo. Sembra però che questa costituisca l'unica possibilità per la May di avere una maggioranza parlamentare.

La sconfitta dei Tory lascia un Paese diviso ed incerto più che mai. Ma questa sconfitta è un'ottima notizia per diverse ragioni. Esce anzitutto clamorosamente sconfitto quel “Wishful Thinking” delle classi dominanti e di tutti i principali mezzi di comunicazione di massa, che hanno spacciato come dato di fatto quelle che erano le loro aspirazioni. Dalla vittoria di Corbyn alle primarie del 2015 e del 2016, avevano decretato, infatti, la definitiva emarginazione dei laburisti, e non c'è miglior modo di lavorare per la sconfitta di qualcuno che darlo per sicuro perdente. Fa impressione rileggere oggi gli impietosi giudizi della stampa, dei principali commentatori, dei politici inglesi (anche laburisti) ed europei, che da oltre due anni lo sottopongono a derisioni ed aggressioni che sfiorano il linciaggio. Pacato, senza scomporsi, il leader ma antileader Jeremy Corbyn ha mostrato di saper tenere testa a tutti costoro, e di avere a cuore solo il rapporto col suo popolo. Ed è stato premiato. Una brutta pagina dell'informazione, che poche volte ha mostrato così esplicitamente il suo vero volto di componente organica del potere politico ed economico. Certo, come è stato detto con riferimento ad altri contesto, è difficile pretendere l'onesta da persone il cui stipendio dipende dalla capacità di diffondere menzogne, eppure, intanto, con un lusinghiero 40% dei voti Corbyn non solo ha mostrato che questo blocco di potere costituito da politici, interessi economici e mezzi di comunicazioni può essere sconfitto. 

Il risultato di Cornyn ha anche indicato che ormai, con la crisi che incalza, le sole possibilità di vittoria di un partito legato alla tradizione del socialismo non possono prescindere dal mantenimento dei propri riferimenti ideali e del proprio radicamento sociale. Attorno ad essi possono essere elaborate nuove idee e mobilitate le nuove generazioni. Queste ultime, pesantemente colpite dalla crisi, costituiscono una risorsa inestimabile perché si mantengono in larghissima maggioranza lontane dal ripiegare su sterili chiusure nazionalistiche: il futuro per loro è globale, questo è un fatto, ma non nel senso della globalizzazione del mercato e della speculazione finanziaria, piuttosto in quella assai più ricca della contaminazione culturale e della conoscenza.L'elettorato inglese sembra inoltre aver apprezzato che, nonostante le fortissime pressioni ricevute, Corbyn abbia mantenuto un difficile equilibrio nella campagna per il Brexit. Presa posizione a favore del Remain, egli è rimasto ai margini, sottolineando il fatto che l'Europa così com'è appare insostenibile. Lontano dagli sbandamenti della May, che dapprima è stata fervente sostenitrice del Remain, e poi accesa sostenitrice della "Hard Brexit", la leadership di Corbyn è apparsa più equilibrata, specie appunto agli occhi delle nuove generazioni che hanno votato largamente per il Remain.Con la sconfitta della May subiscono infine una battuta d'arresto le politiche di austerità perseguite dai conservatori. Il ritorno dell'intervento pubblico, la proprietà pubblica di ferrovie, poste, acqua e infrastrutture, la difesa della sanità pubblica, dell'istruzione e in genere della spesa sociale, l'aumento delle tasse per i più ricchi e la richiesta alla Banca Centrale di politiche monetarie espansive per il popolo, e non per sostenere banche decotte, sono stati i temi della campagna del Labor party. Al di là della probabilità che queste politiche - un tempo legate alla normale gestione keynesiana dell'economia, ma oggi rivoluzionarie - riescano ad imporsi, siamo di fronte ad un fatto da cui la classe dirigente del paese non potrà prescindere: la ripresa di consensi dei laburisti con questo programma, la perdita della maggioranza parlamentare dei conservatori e l'ipotesi di una loro alleanza con un partito di estrema destra che le avversa, rendono le politiche di austerità di difficile applicazione. Anche sotto questo profilo il risultato delle elezioni dell'8 giugno costituisce un importante riferimento per tutti coloro che non credono nel dogma del TINA (There Is No Alternative) e che lottano per un'Europa dei popoli e della democrazia, e non dei mercati e della finanza.

Certo, anche se il partito di Theresa May è andato incontro ad una bruciante sconfitta - perdendo la maggioranza parlamentare, quando aveva indetto elezioni anticipate per rafforzarla - il Labour è lontano dal disporre di un numero sufficiente di eletti per poter formare un proprio governo. Il Paese, privo di una solida guida politica proprio alla vigilia di scelte difficilissime come la gestione della Brexit, non ha ancora imboccato una strada definitiva. L'esito elettorale, pur essendo una buona notizia, non costituisce dunque una garanzia per un'inversione di rotta. Assieme alla regina, a Londra, l'incertezza regna sovrana.

martedì 20 giugno 2017

left on line, 9 giugno 2017

left n. 19, 13 maggio 2017

Narcisi di tutto il mondo unitevi

La rete ci regala un flusso continuo di informazioni. E al contempo ci imprigiona in un sistema di specchi. Facebook ci seduce mostrandoci i post degli amici ciò che già ci piace. Quella che doveva essere una piazza virtuale così diventa la sagra dell'autoreferenzialità

di Andrea Ventura



In un libro degli anni ottanta che merita ancora oggi la lettura, La società del rischio, il sociologo tedesco Ulrich Beck affermava che nelle società avanzate “la produzione sociale di ricchezza va sistematicamente di pari passo con la produzione sociale dei rischi”. Le questioni ambientali, le difficoltà nel calcolo della probabilità del verificarsi di eventi catastrofici, come anche la fiducia cieca nel fatto che la scienza sia sempre in grado di individuare la soluzione ai disastri e i problemi generati dallo sviluppo tecnologico e industriale, sono fattori che generano appunto un accumulo dei rischi e, a detta di Beck, mettono a repentaglio il benessere e la stabilità sociale.

Sebbene il testo di Beck faccia riferimento a un diverso genere di rischio, il rapidissimo sviluppo delle tecnologie dell’informazione può rientrare a tutti gli effetti in questo quadro. Rischi e opportunità, infatti, costituiscono due aspetti indubbiamente associati alla loro affermazione. Vi è anzitutto un aspetto legato alle loro potenzialità in termini di benessere diffuso. Molti servizi e informazioni che prima erano acquistati sul mercato, infatti, sono ormai accessibili gratuitamente per mezzo dei dispositivi che ciascuno di noi possiede. Questo ha enormemente ampliato le nostre possibilità di conoscere, comunicare e di scambiare saltando l’intermediazione commerciale. Questi effetti escono però dalla possibilità di essere misurati tramite i tradizionali indicatori statistici utilizzati per le merci e i servizi che hanno un prezzo o comunque un supporto fisico/materiale. Così, se in precedenza la crescita economica, come registrata appunto dalle statistiche, era associata all’aumento della quantità di beni e servizi a disposizione dei consumatori, oggi questo legame è reciso. A questo proposito si può ben parlare di “crisi” o di perdita di significato delle tradizionali misurazioni di produzione, produttività e benessere, costringendoci a guardare un po' oltre l’idea che le nostre società, come è stato spesso ricordato anche su left, debbano essere schiave dell’idea che il Pil possa costituire un indicatore di qualche significato per il benessere delle persone.

Se questi sono indubbiamente elementi positivi, sull’altro versante abbiamo gli aspetti legati alle condizioni occupazionali e alla concentrazione del potere economico presso un pugno di grandi società che controllano i servizi e le strutture della rete. Ottimisti e pessimisti dunque si contendono il terreno fornendo previsioni assai divergenti sui futuri andamenti dell’economia. Così, mentre alcuni studi indicano che gran parte dei lavori tradizionali è destinata a sparire, con i connessi rischi di aumento della povertà e dell’emarginazione sociale, altri suggeriscono invece che, oggi come in passato, la sparizione di mansioni e settori produttivi sarà accompagnata alla nascita di nuove attività in grado di assorbire l’occupazione in eccesso.

L’affermarsi di queste nuove tecnologie però non ha solo conseguenze sull’andamento dell’economia: anche politica e il funzionamento della democrazia ne risultano profondamente influenzati. Indubbiamente, se gli equilibri politici tradizionali sembrano modificarsi e nuovi movimenti hanno insperati successi, questo è dovuto non solo alla crisi economica, che è lungi dall’essere superata, ma anche al fatto che il monopolio dei tradizionali mezzi di comunicazione di massa (radio, televisione e giornali) è indebolito dalla facilità con cui l’informazione circola liberamente in rete. Chiunque oggi può facilmente stabilire contatti a lunga distanza, esprimere opinioni e, come è stato raccontato nello scorso numero di left, organizzarsi, influenzare le scelte pubbliche, dibattere e raccontare fatti per mezzo della rete.

Eppure anche sotto questo profilo i rischi non sono pochi. La rete, infatti, non diffonde in modo neutrale notizie e informazioni. Il prezzo che paghiamo per avere gratuitamente i servizi della rete, o anche solo una casella di posta elettronica, è che le nostre attività vengano scandagliate e registrate per raccogliere informazioni su noi stessi. Ciascuno di noi, in sostanza, è “profilato” sulla base delle scelte, dei contatti, degli spostamenti, degli acquisti e delle opinioni che mostra di avere. Poi, in forza di complessi algoritmi, pubblicità e notizie sono regolati in modo tale che ogni utente riceva ciò che è più conforme alle preferenze che mostra di avere, frantumando lo spazio del dibattito. Questi algoritmi consentono peraltro di favorire, bloccare o ostacolare la circolazione di alcuni contenuti.Enormi sono dunque le conoscenze sulla società e sugli individui che la rete può raccogliere e elaborare. In un futuro non lontano il nostro iPhone potrebbe tra l’altro indicarci quali negozi, ristoranti, alberghi o attività culturali di nostro gradimento si trovino nei paraggi nel corso di un viaggio o di una semplice passeggiata. E se questo da un lato può migliorare l’organizzazione del nostro tempo individuale, lasciandoci ovviamente la libertà di non usufruirne, a dismisura crescono le possibilità di controllo della società. Si va verso un mondo, prevede Morozov (Silicon Valley. I signori del silicio), in cui ogni interazione sociale è registrata e valutata, e qualcuno, da qualche parte, finirà per darci un voto come passeggero, ospite, studente, paziente, cliente, lavoratore, cittadino. Inoltre, insieme ai rischi connessi al fatto che le nostre opinioni politiche siano raccolte e utilizzate da imprese private, la rete offre anche la possibilità di manipolare l’opinione pubblica in modo diverso, e forse più subdolo e pericoloso, di quello offerto dai tradizionali canali di informazione. Nessun politico di rilievo oggi comunica o affronta una campagna elettorale senza l’utilizzo dei cosiddetti big data. Solo per fare un esempio recente, secondo un’indagine di Claudio Gatti (L’arma di persuasione di massa del tycoon, il Sole 24 ore del 20/1/2017), i discorsi contraddittori e dissociati di Trump sarebbero stati volutamente tali, consentendo al suo staff di indirizzare verso ciascun gruppo di elettori i passaggi del discorso più conformi alle loro idee politiche.

Quelli che stiamo osservando sono probabilmente soltanto i prodromi di una trasformazione sociale che, nella sua portata, potrebbe essere analoga a quella generata della rivoluzione industriale e dalla formazione della società di massa. Marx all’inizio dell’ottocento osservava l’impoverimento della popolazione, espulsa dalle attività tradizionali (agricoltura e artigianato) e ridotta al lavoro salariato, prefigurando che la miseria crescente avrebbe condotto ad uno sbocco rivoluzionario. La storia ha preso invece un corso diverso: grazie a decenni di lotte per la dignità del lavoro, la difesa dei diritti e la democrazia, l’impoverimento crescente è stato arginato e quelle fabbriche - quei “mulini satanici” - hanno generato un benessere diffuso. L’azione collettiva e la formazione di potenti organizzazioni dei lavoratori sono stati gli strumenti che hanno consentito una distribuzione più equa dei vantaggi dell’industrializzazione. 

Oggi, al di là del dibattito tra tecno-ottimisti e tecno-pessimisti, è necessario lavorare per il superamento di una visione della società basata sull’individualismo esasperato, e porre le basi per un’azione politica che riesca ad essere all’altezza delle ingenti trasformazioni che stiamo vivendo. Oltre alla necessità di una precisa consapevolezza, soprattutto tra i giovani, dei tranelli di queste tecnologie, la domanda sul genere di società nella quale vogliamo vivere è ineludibile. Solo una cultura politica che abbia al centro un’idea di benessere legata alla partecipazione, alla condivisione e alla socialità – e non al superamento della sofferenza fisica, tema che è stato invece al centro della precedente fase storica – può far sì che si colgano tutte le opportunità che questi sviluppi tecnologici offrono, e se ne contengano i rischi.

giovedì 20 aprile 2017

left n. 8, 3 marzo 2017


L'origine naturale dell'uguaglianza
Ernesto Longobardi e Andrea Ventura

Negli sviluppi delle società a capitalismo maturo sembra realizzarsi l’assunto fondamentale del neoliberismo - che ha trovato la massima espressione nella teoria economica di Milton Friedman e nelle politiche di Ronald Reagan e di Margareth Thatcher - secondo il quale “non esiste la società, ma solo i singoli individui”. Si assiste, infatti, allo sgretolarsi di tutti quei legami sociali che consentirono lo sviluppo civile del secolo passato, e in ogni campo prevalgono frammentazione, isolamento, ricerca delle soluzioni ai problemi della vita sul piano individuale, in assenza di ogni legame relazionale. Il dibattito politico è anch’esso pervaso da fenomeni di concorrenza e contrapposizione, che hanno soppiantato il confronto e la dialettica. Anche quando, nella migliore delle ipotesi, la politica si orienta verso la ricerca di buone soluzioni sul piano tecnico e amministrativo, l’esito risulta alla fine compromesso dalla mancanza di ogni idea sulla collettività cui le politiche dovrebbero rivolgersi. Il fenomeno ha corroso dall’interno le stesse forze di sinistra, che una volta affondavano le proprie radici nel terreno della socialità e dell’uguaglianza. Gruppi e partiti sono infatti lacerati, a sinistra, da divisioni che si consumano dietro singole personalità politiche, mentre manca ciò che dovrebbe conferire un senso alla politica, cioè il confronto tra visioni, idee, programmi.

L’eredità più pesante del neoliberismo è questa diffusa perdita di consapevolezza della centralità della socialità, che ha reso peraltro possibili le devastanti politiche economiche poste in essere in questi anni. Ma è, al contempo, la più bruciante sconfitta dell’idea di socialismo. Questa parola, infatti, secondo Franco Venturi, nasce alla metà del Settecento e deriva dal termine latino socialitas, dunque porta in sé il richiamo alla natura sociale dell’essere umano e alla possibilità di costruire una società basata, appunto, sulla naturale socialità umana.

L’attuale stato di cose è il risultato delle sconfitte di portata storica subite dalle forze del movimento operaio. Esso, oltre che sul piano storico e politico, va indagato nei suoi aspetti antropologici e culturali. La questione fondamentale è se davvero l’uomo sia, per sua natura, un essere sociale. Se la risposta è positiva, allora le storiche rivendicazioni di uguaglianza e di giustizia troverebbero una loro ragion d’essere, oltre il calcolo di convenienza di questo o di quel gruppo sociale. La necessità è dunque individuare in che cosa consista esattamente la natura sociale dell’essere umano. Massimo Fagioli ha fornito una risposta precisa a questa domanda, e l’ha fatto guardando dove nessuno aveva mai guardato: la dinamica della nascita dell’essere umano e la formazione della realtà psichica.Riprendiamo le sue parole dal penultimo articolo scritto per Left (n. 5/2017): 

“E la parola pulsione indica un fenomeno assurdo e paradossale perché simultaneamente alla realizzazione dell’indifferenza nei confronti del mondo non umano, realizza la memoria della sensazione del contatto della pelle del feto con il liquido amniotico che fa la sapienza senza parola che è 'la certezza dell’esistenza di un altro essere umano'. Certezza che non è pensiero verbale ma che è … essere”. 

L’essere umano è dunque per natura essere sociale, perché, nella dinamica che fa seguito alla nascita, trova la certezza dell’esistenza di un essere umano simile a sé stesso: egli, venendo al mondo, non vede, ma sa e sente tale esistenza. La scoperta investe, evidentemente, in primo luogo, la psichiatria, ma, a ben vedere, sovverte anche le basi teoriche e metodologiche delle scienze sociali e si costituisce come insostituibile premessa di ogni tentativo di costruire una teoria e una pratica politica. Finora, nella storia del pensiero umano, si è sempre cercato il fondamento della socialità e dell’eguaglianza su basi logico-razionali o su principi astratti o etici: Dio, l’imperativo kantiano, il contratto sociale (con le varie formulazioni della teoria della scelta razionale sotto il velo di ignoranza), la comunanza dei bisogni fondamentali. Anche in Marx, le forze che dovranno produrre l’emancipazione umana e la costruzione di una società di eguali sono forgiate all’interno della materialità dei rapporti di produzione capitalistici che generano la contrapposizione tra capitale e lavoro. Nessuno aveva finora pensato, come ha fatto Fagioli, a un’origine naturale, non culturale, dell’uguaglianza tra gli esseri umani.
Per Fagioli, in particolare, il fondamento della socialità e dell’uguaglianza sta in una dimensione non cosciente, che ha la sua matrice nella nascita e che consente di riconoscere l’altro come simile a sé stessi. Fondamentale, per lo sviluppo, risulta poi la risposta dell’altro, la donna, che si può costituire come conferma della speranza-certezza dell’esistenza dell’altro simile a sé stessi, oppure, all’opposto, come delusione che genererà anaffettività e scissione. Nell’essere umano adulto, dunque, la consapevolezza profonda, la certezza interiore dell’eguaglianza tra gli esseri umani, al di là di ogni differenza di natura somatica, culturale e sociale, diventa un tratto distintivo di una realtà psichica sana, mentre l’odio per il diverso e il razzismo risultano un sintomo di malattia mentale. Ne discende l’assoluta centralità, nello sviluppo umano, del rapporto donna/bambino che, di nuovo, sovverte una cultura millenaria che considera la donna un essere inferiore, un mero strumento per la riproduzione della specie. E di qui, ancora, si pone la necessità di un rapporto uomo-donna che non neghi la donna e la sua capacità di rispondere alle esigenze evolutive e di conoscenza del bambino e non solo alla soddisfazione dei suoi bisogni. La donna è il futuro dell’uomo: una cultura che distrugge la donna, distrugge, insieme, il proprio futuro.
Si dirà che, sul piano delle scienze sociali e della politica, la rottura antropologica prodotta dalla teoria di Massimo Fagioli, non è sufficiente per rispondere ai giganteschi problemi che abbiamo oggi di fronte. E’ certamente vero, ma è altrettanto vero che si tratta di un imprescindibile punto di partenza. In particolare, sul piano della politica, si pone, con assoluta evidenza la necessità di costruire un progetto che risulti coerente, nel suo insieme, con questi presupposti scientifici, si tratti delle questioni economiche, oppure di quelle di giustizia sociale, o ancora dei diritti civili, o del ruolo della donna (come ha bene messo in evidenza di recente Simona Maggiorelli nel suo Le battaglie culturali di Left. E un sogno: far incontrare sinistra e ricerca,). Una prospettiva politica che aspiri a risultare vincente sul piano culturale non può essere concepita per comparti stagni o addirittura in contrasto gli uni con gli altri, come quando si valorizza il papa per le sue aperture a istanze di giustizia sociale, dimenticando che il pensiero cristiano (da Paolo di Tarso in poi) continua a considerare la donna un essere inferiore e a condannare la sessualità che non sia esclusivamente finalizzata alla procreazione.
A un progetto politico con tali caratteristiche deve necessariamente corrispondere un nuovo soggetto politico al cui interno, secondo l’intuizione di Gramsci dei Quaderni, valgano rapporti fondati “su un’etica di gruppo che deve essere concepita come capace di diventare norma di condotta di tutta l’umanità”: non certo quanto offre il desolante spettacolo della sinistra di oggi.
Una nuova soggettività politica è anche necessaria per rifondare l’economia. E’ ora di tornare a capire quanto gli antichi maestri ben sapevano, che l’economia non la fanno i professori e i tecnici, ma i soggetti politici, che l’economia è dialettica e scontro, non l’esito di astratti modelli di comportamento razionale. L’ultima grande stagione di politica economica, quella keynesiana, poggiava su ben riconoscibili soggetti di massa e sul pieno riconoscimento della socialità, anche come conflitto.
Necessità dunque, da un lato, della politica per fare economia, e, dall’altro, di dirigenti politici che sentano come esigenza il rapporto sociale: la grande eredità dei dirigenti politici comunisti che vivevano in piena empatia con i soggetti sociali, un’eredità tutta da recuperare, perché ora, con il PD, appare inesorabilmente dispersa.


martedì 24 gennaio 2017

left n. 1, 13 gennaio 2017

Perché il Pil deve crescere all'infinito?

di Andrea Ventura


In un celebre discorso del 1968, Robert Kennedy si pronunciava più o meno in questi termini: Il Pil aumenta con la produzione di napalm, missili e testate nucleari e non fa che crescere ancora quando sulle rovine si ricostruiscono i bassifondi popolari; non tiene conto della salute delle nostre famiglie, della qualità della loro educazione o della gioia dei momenti di svago. Non comprende la bellezza della poesia, la solidità dei valori familiari o l'intelligenza dei nostri discorsi. Il Pil non misura né la nostra intelligenza, né il nostro coraggio, né la nostra saggezza, né la nostra conoscenza, né la nostra compassione, né la devozione al nostro paese. In poche parole il Pil misura tutto eccetto ciò che rende la vita realmente degna di essere vissuta”

Molta acqua da allora è passata sotto i ponti, eppure, nonostante quelle critiche siano diventate forse senso comune e sia ormai più facile trovare critici che sostenitori del Pil, esso continua a rappresentare il principale riferimento per le prestazioni di un’economia. Il motivo delle critiche è facilmente comprensibile. Quel numero non ci dice come la ricchezza è distribuita, quanto degrado ambientale genera, non è in grado di misurare le prestazioni del settore pubblico e utilizza i prezzi come indicatore del valore dei beni per i consumatori: per paradosso, ad esempio, se l’acqua che beviamo dai nostri rubinetti diviene inquinata e siamo costretti a lavorare un po' di più per comprare acqua minerale, il Pil aumenta. Tutto ciò ormai è abbastanza noto. 
Così, nel tentativo di superarlo - o almeno di affiancare al Pil qualche misura della soddisfazione di bisogni concretamente identificati - in Italia, nel 2014, la Commissione ISTAT-CNEL, istituì un progetto per il “Benessere equo e sostenibile” (Bes), progetto che individua 12 domini di benessere (salute, istruzione e formazione, lavoro e tempi della vita, benessere economico, relazioni sociali, politica e istituzioni, sicurezza, benessere soggettivo, paesaggio e cultura, ambiente, ricerca e innovazione, qualità dei servizi) e 124 indicatori. Da allora i rapporti annuali sul Bes ci forniscono preziose indicazioni su come ciascun indicatore si evolve, come si differenzia tra le varie aree del paese e quali siano gli elementi di criticità per la popolazione. 

Nonostante l’interesse di queste ricerche, e più in generale nonostante l’ampia letteratura critica nei confronti del Pil, troppi commentatori, governanti ed economisti continuano a bombardare l’opinione pubblica con notizie sul Pil e previsioni infondate su quella che sarà la sua crescita. Non solo, ma questa o quella politica - dalla flessibilità del lavoro al debito pubblico, dalle politiche monetarie al TTIP -, è proposta come buona o cattiva in funzione di quanto potrà far crescere il Pil. È necessario interrogarsi pertanto sullo scarto tra l’insensatezza di quell’indicatore e la pressione che tutti costoro esercitano affinché l’intera società sia subordinata alla crescita esponenziale del Pil. Sì, perché di questo si tratta: non di far crescere il Pil per raggiungere un livello di produzione in grado di assicurare la soddisfazione di bisogni e servizi di base, ma di farlo crescere all’infinito, ad un tasso più alto possibile, senza che ci si interessi di cosa quella produzione distrugga e di come i benefici della sua crescita siano distribuiti tra la popolazione. Perché dunque?

Diverse possono essere le risposte: il debito pubblico pesa di più sui cittadini se il loro Pil non cresce; oppure lo sviluppo tecnologico espelle sempre forza lavoro dalle fabbriche, pertanto affinché la disoccupazione non cresca deve crescere il prodotto complessivo; i servizi costano, quindi un Pil crescente garantisce che quei dodici domini di benessere possano più facilmente essere soddisfatti. Queste e altre risposte indubbiamente colgono elementi di verità, ma non dicono tutto. In fondo altre strade più dirette per affrontare quei problemi possono essere trovate. Non solo, ma indirizzare risorse pubbliche per rispondere a problemi specifici (occupazione, istruzione, servizi, ambiente, cultura) potrebbe anche far crescere il Pil, mentre la crescita del Pil, di per sé, non è la soluzione di nulla. Dunque ancora, perché? 

Una risposta può essere trovata nel fatto che indirizzare le politiche pubbliche verso la soluzione di problemi specifici significa mettere la politica prima del mercato, cioè abbandonare i dogmi del neoliberismo. In secondo luogo, e più a fondo, in un sistema capitalistico il fine è quello di ottenere il massimo tasso di profitto monetario dall’attività finanziaria o produttiva. Il capitale, infatti, non ha un obiettivo definito, ma deve crescere su se stesso al tasso più alto possibile. È la logica dell’interesse composto: 100, 110, 121, 133, 146 se il tasso di crescita è il 10%, di meno o di più se è più basso o più alto. Al di là del valore specifico che il tasso di profitto può avere, la crescita esponenziale del reddito assorbito dall’attività capitalistica prima o poi impoverisce la società nel suo insieme se il tasso di crescita complessivo dell’economia non è almeno altrettanto elevato. 
Tensioni sociali e crisi pertanto possono accompagnare un’economia guidata dalla logica del profitto ove non vi sia una crescita sostenuta del valore monetario della produzione. Insomma, è come se le nostre economie fossero governate da un mostro, o forse da una macchina, il cui unico obiettivo è divorare una fetta sempre crescente di una torta, il Pil, senza che a lui interessi se quella torta sia buona o cattiva, né se producendola si avveleni il mondo e con esso tutti quanti noi. 

Purtroppo, a detta di diversi studiosi, i tassi di crescita che il Pil ha avuto nel passato furono legati a fenomeni difficilmente ripetibili. La crescita esponenziale della produzione, infatti, ha accompagnato il passaggio dall’agricoltura all’industria, la diffusione dei consumi di massa, la costruzione delle infrastrutture ecc. Oggi, non essendo in vista un ciclo espansivo di questa natura, anzi, avendo le tecnologie dell’informazione un effetto opposto, è difficile che in futuro si potranno osservare tassi di crescita paragonabili a quelli del passato. Inoltre le politiche economiche neoliberiste seguite in tutto l’occidente impoveriscono quelli che di un maggior reddito avrebbero bisogno, favorendo quelli che invece ne hanno fin troppo. Così, coloro che dovrebbero spendere di più per soddisfare dei bisogni reali sono alle corde, mentre ricchezze sempre crescenti affluiscono verso chi possiede ingenti fortune. La crescita langue anche per questo. 

In breve abbiamo un’economia fondata su una serie di malsani paradossi: il Pil è un indicatore insensato, ma l’economia capitalistica, per la sua logica interna, impone che esso cresca il più possibile. Le politiche economiche assumono come obiettivo finale la crescita del Pil, ma pongono in essere provvedimenti che hanno l’effetto opposto. Si confida che prima o poi la crescita riprenderà a ritmi sostenuti, ma tutto indica che questo sia abbastanza improbabile. Urge un diverso paradigma teorico: affinché tutte quegli studi sul Bes trovino un terreno più solido su cui svilupparsi va anzitutto affrontata in modo nuovo la ricerca sul benessere delle persone; inoltre, in relazione a ciò, deve essere definita una prospettiva di superamento della logica capitalistica e dei criteri di razionalità economica ad essa connessi. Terreni di ricerca, questi, necessari per evitare l’erosione sempre più profonda di tutte quelle conquiste sociali e politiche che sono alla base del benessere di cui ancora godiamo.