giovedì 11 gennaio 2018

left, n. 52, 30 dicembre 2017

La felicità paradossale dell’Homo oeconomicus

Vacilla sempre di più l’assioma della teoria economica basato sulla razionalità strumentale. Studi e ricerche di mostrano che non può esserci progresso sociale e civile se si osserva la realtà guardando solo all’utile.

di Andrea Ventura



È significativo dell’insoddisfazione per lo stato della disciplina che, da settimane, sulle colonne del Sole 24 Ore si stia svolgendo un “processo all’economia”. Difensori e critici della teoria dominante affrontano questioni quali i modelli previsionali, la finanza, il realismo della teoria ecc. Numerosi articoli discutono l’ipotesi della razionalità del comportamento. Come è noto, infatti, la teoria economica dominante muove dal presupposto per il quale gli esseri umani seguono un comportamento razionale finalizzato alla massimizzazione dell’utilità. Questo presupposto è irrinunciabile: l’ipotesi della razionalità rende i comportamenti umani ripetitivi, prevedibili e rappresentabili matematicamente, dunque consente alla disciplina di presentarsi come “scienza” imitando le scienze della natura non umana. Eppure molto spesso gli esseri umani sono irrazionali e creativi, i bisogni cambiano, mentre la società esprime valori e rivendica diritti, elementi questi che in quel modello di scienza non hanno spazio alcuno.       
     Anche solo scorrendo rapidamente i contributi sul tema, la difficoltà è lampante: da un lato, senza il riferimento al comportamento razionale, l’apparato matematico della teoria si troverebbe privo di fondamento; dall’altro ricerche empiriche sempre più numerose – ricordiamo la recente assegnazione del cosiddetto “premio Nobel” a Richard Thaler – portano gli economisti verso quello che le altre discipline sociali considerano del tutto ovvio: gli esseri umani sono condizionati dai valori e dalle preferenze sociali del gruppo a cui appartengono, oppure hanno esigenze, affetti e emozioni che “distorcono” la logica razionale. Insomma non vogliono, non sono capaci o non sono molto interessati ad essere “uomini economici”.
    Va ricordato che la teoria mainstream non si limita a studiare le scelte economiche, ma pretende di analizzare il comportamento umano in ogni ambito della società, dalle scommesse di gioco, alle scelte finanziarie, a quella di rispettare o meno la legge, fino ai rapporti familiari. Essa cioè non traccia distinzione alcuna tra i criteri di comportamenti nell’uso ottimale di un mezzo materiale e il comportamento dell’individuo in società. La teoria economica si propone dunque come antropologia, non come strumento per discutere di un aspetto dell’organizzazione sociale.
    Sebbene nella letteratura specialistica, come anche negli articoli pubblicati nel “processo” da cui abbiamo preso le mosse, siano più numerosi quelli che criticano l’ipotesi della razionalità di quelli che la difendono, non si va al cuore del problema: è realmente la caratteristica specifica degli esseri umani quella di seguire un comportamento razionale, oppure la nostra specie si distingue dalle altre specie viventi proprio per la presenza di comportamenti che razionali non sono affatto? In altri termini, questa carenza (o fallimento) della razionalità è un limite, una distorsione dal comportamento ottimale, oppure è la caratteristica che distingue gli uomini dagli animali, questi sì con comportamenti razionali, ripetitivi e dunque largamente prevedibili? Infine, le forme più alte di espressione umana – dall’arte, alla ricerca scientifica, all’interesse per gli altri –, sono veramente espressione della razionalità, oppure fanno capo a qualcosa di profondamente diverso da essa?

È senso comune disprezzare un individuo che assume un comportamento freddo, calcolatore e perfettamente razionale. Studi psichiatrici e psicologici indicano inoltre, con sempre maggiore precisione, che la mancanza di empatia e di interesse per il prossimo sono indici di patologie mentali, anche gravi, mentre gli stessi studi di economia suggeriscono da tempo l’esistenza di un “paradosso della felicità” per il quale, in estrema sintesi, in Occidente il benessere materiale (per il quale indubbiamente la razionalità è indispensabile) si associa sempre più al vuoto interiore e all’insoddisfazione sul piano dei rapporti affettivi. Il passo è breve per riconoscere che, per un essere umano sano, la razionalità è adatta all’uso dei mezzi materiali, mentre non lo è affatto nel rapporto interumano. In altri termini, se è normale calcolare razionalmente i pro e i contro nella scelta di un’automobile o aumentare il consumo di zucchine se cala il prezzo delle zucchine stesse, non lo è sostituire un partner con un altro perché ha un reddito più elevato; non lo è neanche scegliere di dedicarsi ad attività criminali perché, come afferma uno dei capostipiti di questo filone di pensiero, Gary Becker, il soggetto prevede di ottenere grazie ad esse un guadagno maggiore rispetto alle attività legali, anche tenendo conto della probabilità di finire in galera.Se non vogliamo identificare il progresso civile con la riduzione a mercimonio dell’intera società, va dunque tracciata una distinzione: sono le cose inanimate (e talvolta anche gli animali) che si usano e si consumano ai fini dell’utilità pratica, non le persone. I primi servono a soddisfare il benessere del corpo, mentre i rapporti tra le persone consentono, a certe condizioni, di realizzare l’identità di ciascuno nella socialità. E anche quando un essere umano è “utile” per il benessere fisico di un altro, sempre di essere umano si tratta, non di un oggetto materiale. Eppure questa distinzione tra cose e esseri umani – e dunque la distinzione tra ambiti dove il comportamento razionale è effettivamente adatto ad assicurare il benessere del soggetto, e ambiti dove prevalgono dimensioni e motivazioni non riconducibili alla razionalità –, nella teoria dominante è del tutto assente. Quest’ultima si trova così in una contraddizione irrisolvibile: o muove da una concezione “ideale” dell’individuo che psichiatria, psicologia e senso comune considerano come un malato di mente (o un criminale potenziale); oppure, abbandonandola, rimane priva del suo apparato analitico. La terza possibilità sarebbe quella di distinguere appunto tra il comportamento razionale, adatto all’uso dei mezzi materiali, e quello non razionale nella socialità: ma questa via è preclusa perché la teoria economica dominante pretende di occuparsi con lo stesso metodo di tutte le scelte, non dell’uso dei mezzi per il benessere materiale.

È molto razionale lasciar morire i migranti nei campi della Libia, lontano dal nostro sguardo, come lo è speculare sulle sorti di intere economie, sui titoli finanziari, sfruttare il lavoro e la creatività altrui, rovesciare e umiliare governi (dal Cile degli anni settanta alla Grecia odierna) perché non rispettano la logica del libero mercato o perché non sono sufficientemente competitivi nella globalizzazione. Anche la guerra può essere molto razionale: consente di risolvere rapidamente dispute complesse e offre lucrosi profitti ai mercanti di morte. Il dominio della razionalità troppo spesso si accompagna alla legge del più forte, dunque è molto distruttivo. Non può esserci progresso sociale e civile, e neanche un’economia al servizio dei bisogni umani, se non si demolisce l’idea fondante della teoria economica che assume come comportamento “ottimale” quello orientato alla massimizzazione dell’utilità pratica, cioè quello dell’uomo economico.

sabato 9 dicembre 2017

left n. 48, 2 dicembre 2017

La scalata del Monte dei fiaschi

Il declino della più antica banca italiana è iniziata nel 2007 in concomitanza della nascita del Partito democratico. A distanza di dieci anni, gli ex comunisti del Pd hanno ridotto in macerie il loro centro di potere senese (e toscano) e hanno perso il partito, consegnandolo agli ex democristiani. Cioè a Renzi

di Andrea Ventura


Sulla complessa vicenda del Monte dei Paschi di Siena, contrassegnata da inchieste giudiziarie e morti sospette, abbiamo alcuni fatti certi, su altri possiamo fare delle ipotesi, su altri ancora dobbiamo fermarci alle coincidenze ed essere prudenti su ogni considerazione. Vi sono infine circostanze su cui il mistero è così fitto da impedirci ogni riflessione.

Non sappiamo anzitutto cosa abbia spinto il colosso Abn Ambro ad acquistare, nel 2006, una banca italiana nota già allora per il suo stato disastroso. Eppure il gruppo olandese scala l’Antonveneta spendendo 7,3 miliardi di euro. Quando Abn Ambro entra in difficoltà, intervengono tre grandi banche europee: nel maggio del 2007 lo spagnolo Santander, la Royal Bank of Scotland e il colosso belga Fortis acquistano Abn Ambro investendo 71 miliardi. Sono operazioni che coinvolgono, badate bene, le più grandi banche europee.

Il Banco di Santander, legato all’Opus Dei, è interessato al ramo italiano e sudamericano del gruppo olandese, che nel complesso paga 19 miliardi (di cui 6,6 per Antonveneta). Antonveneta però è vicina al fallimento, cosicché i dirigenti del Santander (Botin e Gotti Tedeschi, personaggio di cerniera di tutto l’affare noto per essere stato dal 2009 al 2012 presidente dello Ior) contattano il Monte dei Paschi di Siena per verificarne la disponibilità all’acquisto. L’operazione avviene tra il 2007 e il 2008 e si conclude rapidamente, cosicché il Santander può, con i soldi ricevuti dal Monte, perfezionare l’acquisto di Antonveneta girando la cifra incassata ad Abn Ambro. In sostanza, Mps versa 9 miliardi per una banca - che ha anche più di 7 miliardi di debiti nei confronti di Abn Ambro, i quali ora sono a suo carico - che era appena stata acquistata, senza pagarla, per 6,6 miliardi. Abn Ambro, Fortis e la Royal Bank of Scotland falliscono subito dopo. Santander si salva, forse perché al suo posto fallisce Mps.

Non è pensabile che operazioni di questa portata avvengano all’oscuro degli organi di vigilanza nazionali e internazionali. Più nello specifico, non è pensabile che l’operazione Mps-Antonveneta non sia stata vagliata dagli organi stessi, o che questi siano stati tenuti all’oscuro o messi di fronte al fatto compiuto. E c’è un particolare che merita attenzione: Mps accetta la condizione imposta dal Santander che l’Antonveneta venga acquistata senza effettuare la due diligence cioè senza il controllo dei conti della banca stessa. Cosicché si trova sul groppone, oltre ai 9 miliardi spesi per l’acquisto, altri 7 miliardi di debiti da onorare. Al tempo il governatore della Banca d’Italia, cioè dell’istituzione che avrebbe dovuto vigilare sull’operazione, era Mario Draghi. Quest’ultimo era anche presidente del Financial Stability Board, massimo organo di controllo del sistema finanziario internazionale. Capo della vigilanza della Banca d’Italia era Anna Maria Tarantola, cattolica, giunta in quella posizione grazie a Draghi nel 2006, mentre direttore generale era Fabrizio Saccomanni. Tutti personaggi promossi in seguito ad incarichi assai più prestigiosi. Difficile pensare che quelle promozioni, come la nomina di Draghi a presidente della Bce, siano state ottenute per aver vigilato con attenzione sulla gigantesca operazione.Regista dell’acquisizione di Antonveneta da parte di Mps è stata dunque la finanza cattolica. In particolare la banca vicina all’Opus Dei - che solo per aver trasferito una banca sull’orlo del fallimento, l’Antonveneta, da Abn Ambro al Monte dei Paschi - ha guadagnato quasi 2 miliardi e mezzo di euro. Forse anche per questo gli inquirenti sono alla ricerca di una presunta tangente di oltre un miliardo che potrebbe essere transitata in parte sui conti dello Ior, conti che, come è noto, risultano quasi del tutto inaccessibili alle autorità giudiziarie extravaticane.

Quanto sommariamente qui ricostruito si trova descritto nei dettagli nel volume di E. Lannutti e F. Fracassi, Morte dei Paschi. Dal suicidio di David Rossi ai risparmiatori truffati. Ecco chi ha ucciso la banca di Siena (PaperFirs, 2017), al quale rimandiamo. Veniamo ora all’aspetto più doloroso della vicenda: quello del suo retroterra politico. Perché la politica qui c’entra, e molto, anche se questo è un terreno di indagine scivoloso e bisogna fare estremamente attenzione a non giungere a conclusioni affrettate. Eppure alcuni tasselli, come i puzzle di un mosaico, se accostati compongono una figura inquietante. Molti elementi invece mancano, e le domande che poniamo, al momento sono prive di risposte. Procediamo con ordine, lasciando al lettore ogni valutazione.
È certo che gli eredi del Partito comunista, i Democratici di sinistra, cercavano in quegli anni di ampliare la loro sfera di influenza nella finanza. Il tentativo di acquisto della Banca nazionale del lavoro da parte di Unipol, compagnia assicurativa storicamente vicina al loro mondo, era stato fermato dapprima dalle inchieste giudiziarie e da una campagna ostile dei mezzi di informazione, infine (nel gennaio 2006) dalla vigilanza della Banca d’Italia. Il potere politico, giudiziario e mediatico si scatenò dunque contro gli ex comunisti. Sebbene tutte le accuse contro Consorte e i dirigenti di Unipol che tentarono la scalata alla Bnl finirono con la loro completa assoluzione, Fassino e D’Alema (al tempo rispettivamente segretario e presidente del partito), che caldeggiavano l’operazione, ne uscirono comunque sconfitti. Di lì a pochi mesi però Prodi e la coalizione dell’Ulivo vincono le elezioni. Nell’ottobre del 2007 nasce il Partito democratico. L’inquietante domanda è se quello scellerato incontro tra finanza rossa e Opus Dei sulla pelle della più antica banca italiana, che non trovò invece ostacoli, possa aver costituito il collante di quella “fusione fredda”, come è stata definita, tra ex comunisti ed ex democristiani. Come peraltro “freddo” (cioè basato su interessi economici e clientelari) è l’accordo finanziario che l’avrebbe accompagnato.

Molte coincidenze, anche se nessuna prova, portano a pensarlo. A Siena, gli ex comunisti controllavano tramite gli enti locali la Fondazione del Monte dei Paschi, mentre la banca era appannaggio principalmente di socialisti ed ex democristiani. Già intorno al 2000 essi premevano per controllare anche la banca (riuscendoci infine nel 2006 con Mussari, storicamente vicino agli ex comunisti, che poi fu l’artefice dell’acquisto di Antonveneta), ma comunque il sistema di potere senese e la comunanza di interessi tra partiti anche in contrasto tra loro, e tra partiti e imprenditori vicini all’Mps come Berlusconi, Verdini, Ligresti e Caltagirone, facevano di Siena il luogo più adatto a rodare proficue alleanze. Considerate le aspirazioni degli ex comunisti, è possibile avanzare l’ipotesi che ad essi sia stato richiesto un prezzo per il pieno accesso al sistema di potere politico-finanziario, e che questo prezzo possa essere stato qualcosa a vantaggio della finanza cattolica e internazionale. Il fallimento della scalata alla Bnl, e il successo della ben più rischiosa acquisizione di Antonveneta, suggeriscono l’esistenza di uno scambio di questa natura. Nulla si sa di preciso della presunta tangente, ma, al di là di questa, vantaggi nell’operazione (sulla pelle della città di Siena) potevano essercene per tutti: gli ex comunisti e gli ex democristiani suggellavano il loro matrimonio, con i primi che guadagnavano la piena accettazione nei centri del potere economico, politico e finanziario; le alte sfere della finanza internazionale, grazie alla ben retribuita mediazione della finanza cattolica, smaltivano un “buco” di parecchi miliardi di euro.

La disastrosa operazione poteva anche restare nascosta nella montagna degli indecifrabili titoli-spazzatura che il sistema finanziario internazionale produceva. Difficile stabilire se, nel tempo, Mps avrebbe potuto smaltirne i costi, e a spese di chi, dato che le banche non creano ricchezza ma si limitano a gestire debiti e crediti. Purtroppo per i protagonisti però, essa coincise con la più grave crisi finanziaria che la storia ricordi. I derivati Alexandria e Santorini che furono varati per coprire i buchi di bilancio - su cui la magistratura sta indagando -, e i vari interventi pubblici (dai Tremonti Bond ai Monti Bond, fino al recente salvataggio del Monte per altri 6,6 miliardi a carico dello Stato) sono finiti così sotto l’attenzione della stampa e dell’opinione pubblica.

Non sappiamo quanto degli scontri e dei rancori sfociati nella scissione del Partito democratico guidata da Bersani e D’Alema possano a quella vicenda essere attribuiti, né su quali impervie strade si stiano avviando i protagonisti dell’attuale fase politica. Sappiamo solo che i tempi della vicenda Mps sono sovrapponibili, almeno in alcuni passaggi, alla parabola del Partito democratico e al suo esito ultimo, costituito dalla definitiva liquidazione di una famiglia politica e della sua storia. Gli ex comunisti hanno ridotto in macerie il loro centro di potere senese (e toscano) e hanno perso il partito, consegnandolo agli ex democristiani, dunque a Matteo Renzi.

mercoledì 11 ottobre 2017

left n. 39, 30 settembre 2017

Il mercato non è un totem e il capitalismo non è eterno

Oggi la convivenza sociale è dominata dal puro interesse economico. Per liberasi da questa oppressione figlia del neoliberismo la sinistra deve rifiutare un'idea pessimistica della natura umana e portare avanti una nuova cultura politica.

di Andrea Ventura



L’impotenza di quel che resta della gloriosa sinistra del passato costituisce solo l’aspetto più superficiale di un dramma storico di vastissime proporzioni. La sinistra, sia quella di derivazione dai movimenti del sessantotto, sia quella più legata alle forze tradizionali del movimento operaio, è stata infatti sconfitta anzitutto sul piano cultuale, poi sul piano politico e dei rapporti di forza nella sfera dell’economia. Senza una ricerca sulle ragioni ultime di questa sconfitta, nessuna inversione di tendenza è possibile.

     L’ideologia che si è affermata negli ultimi decenni, e che ha condotto a questa sconfitta, è il neoliberismo. Il neoliberismo, anzi, è penetrato profondamente all’interno delle forze della sinistra, rendendole irriconoscibili, indicando dunque la presenza di un problema assai più radicale. Ogni analisi del fallimento e delle contraddizioni di quell’ideologia – i cui sostenitori, ad esempio, per decenni hanno negato ogni ruolo attivo dello Stato, ma dopo la crisi del 2008 hanno invocato interventi pubblici di portata mai vista per salvare il mercato dall’autodistruzione –, non può prescindere dal chiarimento dell’idea di civiltà di cui il neoliberismo è portatore: in assenza di ciò non si comprende perché quell’ideologia svolga un ruolo così egemone nella politica odierna. Quest’idea è molto semplice: il legame sociale fondamentale è l’interesse economico, dunque l’ordine di mercato è l’ordine naturale della società e solo a partire da esso è possibile garantire progresso e sicurezza per tutti.

     Abbiamo qui pertanto non un’idea di regolazione dei rapporti commerciali, ma un principio per il governo dell’intera società; anche problemi relativi ai rapporti tra Stati e aree economiche, o quali siamo i paesi da accettare o da escludere dalla comunità internazionale, vengono affrontati a partire dal riferimento al libero mercato. Il passaggio storico connesso all’affermazione di questo modello di società non è di poco conto. In precedenza, infatti, il pensiero politico si basava su di un principio molto diverso: era piuttosto lo Stato che, assumendo la piena sovranità, con un atto tra l’arbitrio del sovrano e il “contratto sociale” liberamente sottoscritto dai cittadini, svolgeva la funzione di assicurare l’ordine e il rispetto della legge. Le formulazioni più note di questa tesi sono quelle di Hobbes, Locke e Rousseau, dove i cittadini rinunciano allo stato di natura per sottomettersi alla legge. Ora invece l’ordine scaturisce direttamente dalla tendenza naturale degli individui a cercare l’utile economico. Il mercato è perciò esso stesso lo stato di natura per l’uomo, e lo Stato dovrebbe solo preservarne il funzionamento. Il tramonto di un’idea di Stato che interviene nell’economia assicurando, ad esempio, occupazione, protezione sociale e servizi pubblici, a favore di un’idea per la quale invece protegge il mercato, è peraltro il modello di riferimento dell’Europa di oggi, ed è superfluo dilungarci ora sulle sue contraddizioni. Ci basta osservare quanto, nei fatti, l’Europa odierna oscilli tra la protezione a livello costituzionale dei principi del libero mercato, e una realtà dove l’intervento statale, e in particolare il ruolo della Germania, rimangono decisivi per il suo funzionamento.

     Va osservato che in entrambi i casi, cioè sia che si conti sulla sovranità statale che sul mercato, ciò che assicura l’ordine della società è il predominio della ragione: nel primo caso la ragione solleva gli uomini dallo stato di natura e sopprime il loro istinto primario alla violenza; nel secondo indirizza le energie dell’individuo verso il tornaconto economico perché egli trova conveniente commerciare con gli altri piuttosto che derubarli o muovergli la guerra. In sostanza, e questo è un punto cardine, la ragione, il calcolo e la convenienza, costituiscono la base della convivenza civile. Quest’ultima rimane comunque precaria in quanto nessuno può escludere che la convenienza, invece, possa improvvisamente diventare quella della violazione della legge, della guerra, o dell’abbattimento dell’ordine costituito.

   Questa “ragione” basata sulla convenienza economica è rappresentata in massimo grado nelle imprese capitalistiche, che assumono appunto come propria finalità l’arricchimento illimitato. Ormai però il sistema capitalistico, piuttosto che assicurare l’ordine rischia di condurre la specie umana verso la catastrofe: per la pressione che esercita sull’ambiente naturale; perché il mercato ha generato uno sproporzionato arricchimento di ristrette oligarchie, impoverendo la maggioranza e mettendo a rischio la coesione sociale; perché quest’idea di razionalità tradisce ogni idea di giustizia, di eguaglianza e di socialità anche nei rapporti tra i popoli. Il problema della socializzazione non è dunque affatto risolto. La sinistra però, purtroppo, non ha nessuna idea in proposito e dunque non sa proporre alcuna idea di socializzazione veramente alternativa a da quella basata sull’arricchimento e l’interesse materiale. Il punto è che una diversa concezione della socialità si scontra con un presupposto assai consolidato nella cultura dominante. Ci riferiamo all’idea per la quale nella natura dell’essere umano vi sarebbero cattiveria, violenza, perversione, “peccato originale”, e la ragione svolgerebbe una funzione decisiva per il controllo e il contenimento di questi istinti naturalmente violenti. È questo dogma che, al fondo, chiude ogni prospettiva di socializzazione che non sia quella legata al dominio dell’economia e alla riduzione del cittadino a consumatore. Tutto questo ha, purtroppo, conseguenze ancora più nefaste nella misura in cui impedisce ogni ricerca sul perché gli esseri umani siano capaci delle più grandi distruzioni, come anche dei più alti atti di generosità, e quali siano le condizioni che possono favorire un esito piuttosto che un altro.

    Antropologia e psichiatria oggi si stanno indirizzando verso percorsi di ricerca molto più ricchi. Emerge infatti da studi condotti sotto diverse prospettive che l’essere umano, se sano, è naturalmente portato alla socialità e genuinamente interessato anche alla condizione degli altri esseri umani con cui entra in rapporto. La psichiatria mostra inoltre che il rapporto interumano, fin da rapporto del neonato con la donna, è centrale per lo sviluppo dell’identità mentale del soggetto, molto più di quanto possa essere il rapporto con gli oggetti materiali. Superare la visione pessimistica sulla natura umana è però solo un primo passo, certo non sufficiente. Il secondo è quello di sviluppare un’articolata cultura politica che sappia collegarsi a ciò che fa star bene le persone, e non si basi invece su vere e proprie patologie come quella di cui l’uomo economico (razionale, autointeressato, che interagisce con gli altri solo sulla base del calcolo di convenienza) è portatore. Dunque una cultura politica consapevole del fatto che oggi, per lo sviluppo delle nostre società, è necessario accompagnare la lotta contro la povertà materiale con qualcosa di più complesso e articolato: lo sviluppo della cultura, dell’istruzione, la difesa del bene pubblico, dell’ambiente e dei luoghi di socializzazione, come anche l’educazione sessuale e la fine di ogni violenza (non solo fisica) nei confronti delle donne. Fermare questa assurda tendenza all’arricchimento illimitato e centrare la politica su una nuova cultura del rapporto interumano dunque, con la consapevolezza che lo sviluppo delle nostre società richiede un modello di civilizzazione interamente diverso da tutti quelli sperimentati nel passato.

mercoledì 4 ottobre 2017

left n. 37, 22 settembre e left on line, 29 settembre 2017

Varoufakis, un battitore libero si aggira per l’Europa


Il meccanismo di costruzione del potere è costruito da reti e canali d’informazione all’interno dei quali politici ed economisti, opinionisti e media, sono costretti a coprire la verità, sostiene Yanis Varoufakis. Chi sceglie di dirla, paga con l’esclusione dai circuiti informativi e dal potere. 

Il libro dell’ex ministro greco delle finanze (Adults in the Room. My Battle With Europe’s Deep Establishment, The Bodley Head, London, 2017) è una denuncia della capitolazione della sinistra e dell’essenza di democrazia nell’Europa di oggi. Colloqui e riunioni, ufficiali e informali, sono riportati nel dettaglio. 

Dedicato “a coloro che cercano un compromesso, ma preferirebbero essere schiacciati che finire compromessi”, mostra l’impossibilità, in assenza di una ricostruzione della sinistra, di un’economia basata sulla solidarietà tra i popoli.

di Andrea Ventura


      
La sera del 15 aprile 2015 il ministro delle finanze greco Yanis Varoufakis ha un incontro riservato con Lawrence Summers. Nella penombra del bar di un albergo di Washington, davanti a un bicchiere di whisky, l’ex consigliere economico di Obama pone a Varoufakis la seguente alternativa: deve decidere se essere un insider, oppure un outsider. Se sceglie la prima strada, oltre all’accesso alle informazioni rilevanti ha la possibilità di partecipare a importanti decisioni sulle sorti dei popoli. Deve però rispettare una regola fondamentale: non ribellarsi agli altri insider, né denunciare agli outsider quello che gli insider dicono e fanno. Se invece sceglie di essere un outsider, mantiene la libertà di esprimere le proprie opinioni, ma paga questa libertà con l’essere ignorato dagli insider, dunque con l’irrilevanza delle sue posizioni.

       L’apertura del libro di Varoufakis Adults in the Room, è illuminante. Quello che molti intuiscono, fin dalle prime pagine del volume è raccontato con precisione: il meccanismo di costruzione del potere è costituito da reti e canali d’informazione all’interno dei quali politici ed economisti, ma anche opinionisti e mezzi di comunicazione, sono costretti a coprire la verità, oppure, se scelgono di dirla, pagano questa scelta con l’esclusione dai circuiti informativi e dal potere. L’opacità e la copertura delle informazioni rilevanti, o più semplicemente l’attitudine alla menzogna, sono in sostanza la naturale condizione di ogni insider. Illuminante è però tutto il libro di Varoufakis, il quale nell’occasione risponde a Summers di essere per carattere un outsider, ma che è disposto a comportarsi come un insider se questo può servire ad aiutare il proprio paese; poi Varoufakis, nell’impossibilità di cambiare il corso degli eventi, racconta nel dettaglio, da outsider, tutto quello che ha visto e sentito nei mesi in cui ha avuto la possibilità di vivere tra gli insider. Unico nel suo genere, il volume ci consente pertanto di comprendere i meccanismi del potere nell’Europa di oggi e il ruolo dei vincoli monetari nel condizionare la sovranità dei paesi. La lettura del volume è imprescindibile per chiunque voglia seriamente affrontare il tema della democrazia nell’ambito dellattuale costituzione europea.

     La prima menzogna che gli insider sono costretti a raccontare, e i media acriticamente a riprendere, riguarda la questione del debito della Grecia e la necessità delle politiche di austerità per ripagarlo. Nel suo primo incontro con Christine Lagarde, direttrice del Fondo Monetario Internazionale, Varoufakis spiega che, se è vero che una famiglia indebitata, per restituire un debito, deve ridurre i consumi, la stessa logica non si applica ai governi; la spesa statale, infatti, sostiene l’economia ed è fonte di reddito per i cittadini, perciò le politiche di austerità, indebolendo il sistema economico, riducono le entrate dello stato e rendono più difficile al governo onorare i propri debiti. La risposta della Lagarde è sconcertante: “Hai ovviamente ragione, Yanis, gli obiettivi su cui i creditori insistono non possono essere raggiunti. Ma devi capire che abbiamo investito troppo in questo programma (di austerità), e dunque non possiamo tornare indietro. La tua credibilità dipende dall’accettare di lavorare all’interno del programma”. Il capo del Fondo Monetario Internazionale dice dunque al ministro delle finanze che le politiche imposte al suo paese non possono funzionare, ma che non c’è modo di fare altrimenti: la sua “credibilità” - come insider appunto - consiste nel continuare a imporre inutili sofferenze alla popolazione.

     La ragione è presto detta. Abbiamo a suo tempo ricostruito anche noi su left il meccanismo del cosiddetto salvataggio della Grecia (Controstoria della crisi greca, left n. 10, 21 marzo 2015), salvataggio che in realtà, lungi dall’aver aiutato il popolo greco, si è risolto in una colossale truffa ai danni di tutti gli europei. Il debito greco nei confronti delle banche (principalmente francesi e tedesche), infatti, è stato trasferito agli stati, anche a quelli più poveri della stessa Grecia, cosicché un default della Grecia, oggi, rischia di essere destabilizzante per l’intero continente. Scorre dunque nelle pagine del volume il film di una classe dirigente europea intrappolata nelle proprie menzogne e nei doppi giochi: da una parte la realtà di un paese, la Grecia, che non può uscire dalla sua crisi senza l’abbandono delle politiche seguite finora, dall’altra un messaggio ripetuto all’infinito per il quale, per la Grecia come per gli altri paesi indebitati, l’austerità e l’adesione ai dogmi del neoliberismo sarebbero l’unica soluzione. Scorrono anche le miserie umane e le doppiezze, in ossequio appunto alla loro posizione di insider, dei vari leader della sinistra socialista e socialdemocratica.
      Varoufakis racconta del suo incontro con Michel Sapin, ministro delle finanze del governo Hollande, che in una conversazione privata esprime pieno sostegno alle sue richieste – ristrutturazione del debito, politiche fiscali compatibili con le condizioni del paese, riforme che colpiscano gli oligarchi, rispetto della sovranità del paese e dell’esito elettorale – e pochi minuti dopo, in una conferenza stampa pubblica, con durezza richiama il ministro greco al rispetto delle politiche di austerità. “Devi capirlo Yanis, la Francia non è più quella di una volta” gli ricorda Sapin al termine della conferenza stampa: non è più quella di una volta da quando Hollande, eletto nel 2012 con un programma contrario all’austerità, fu informato dal governatore della propria Banca centrale che era impensabile contrastare Berlino perché senza il sostegno della Banca Centrale Europea, dunque della Germania, il sistema bancario francese sarebbe andato in frantumi. Pertanto, se anche la Francia fu costretta a cedere, cosa potrebbe fare la piccola Grecia? Un’analoga doppiezza Varoufakis la sperimenta tra i tanti con Sigmar Gabriel, Ministro dell’economia tedesco della SPD, e con Pierre Moscovici, presidente della Commissione Europea, umiliato dall’arroganza di Dijsselbloem, presidente dell’Eurogruppo, vero luogo dove si prendono le principali decisioni sulle sorti dei popoli europei ma che, come si scopre nel volume, è privo di qualsiasi statuto legale. L’asse tra l’olandese Dijsselbloem, il potente ministro delle finanze tedesco Shäuble, e la Merkel, è troppo saldo perché Varoufakis e il governo greco possano aver successo nell’opporsi alla devastazione del paese.

     Il volume di memorie di Varoufakis ci consente anche di seguire tutte le fasi di quella vera e propria guerra mediatica ed economica attivata per piegare il governo greco alle politiche di austerità. In conformità al mandato ricevuto dagli elettori il 25 gennaio 2015, il governo greco cerca di uscire dalla logica dei cosiddetti “salvataggi”: chiede pertanto una ristrutturazione del proprio debito, l’abbandono delle politiche di austerità, il recupero della sovranità fiscale per colpire gli oligarchi e l’evasione (il ministro delle finanze è privo di controllo sui suoi uffici fiscali, affidati invece ai creditori), il varo d’iniziative per far fronte all’emergenza umanitaria del paese. All’interno del governo Varoufakis sostiene fermamente che la Grecia non debba abbandonare la moneta unica, ma ritiene anche che sarebbe inutile entrare in una trattativa con le più potenti istituzioni del mondo senza un piano da attivare nell’eventualità che non si giunga ad un compromesso onorevole. Egli pensa quindi che il governo debba dotarsi di alcuni deterrenti da far valere nella trattativa: la minaccia di default sui titoli di stato detenuti dalla BCE, la predisposizione di una moneta fiscale, una proposta di legge che riporti la Banca centrale sotto il controllo del governo. Questi deterrenti, se usati con accortezza, a suo avviso possono servire per indicare che il governo greco, pur non volendolo, piuttosto che abdicare alla propria sovranità è disposto a uscire dalla moneta unica, innescando una crisi di enormi proporzioni negli assetti dell’Europa.

      Sul piano economico i margini per un accordo erano ampi. Vi è sempre, infatti, un interesse comune tra i creditori e i debitori affinché i debiti impossibili da esigere siano cancellati (o formulati diversamente), lasciando quelli che il debitore può realisticamente onorare riprendendo a produrre. Le proposte tecniche di Varoufakis trovavano pertanto apprezzamento in una parte del mondo finanziario e dell’Amministrazione americana, come anche in think-tank liberisti quali l’Adam Smith Institute che, ricorda con ironia l’autore del volume, rappresentava tutto quello che egli aveva combattuto nella sua vita accademica. Sul piano politico, invece, un successo del nuovo governo greco costituiva un incubo per le istituzioni europee: altri popoli e altri governi sarebbero stati indotti a perseguire quella stessa strada, rendendo non più praticabili in Europa le politiche di austerità. Nell’opinione di Shauble, inoltre, se ciascuno dei diciannove paesi della moneta unica avesse il diritto di rivedere gli accordi ogni volta che elegge un nuovo governo, l’Europa diventerebbe ingovernabile. Dunque o austerità o democrazia, dunque ogni arma fu impiegata per piegare il paese.

     L’arma principale fu la vera e propria azione eversiva esercitata dalla Banca Centrale Europea di Mario Draghi, che, riducendo la liquidità alle banche greche, le costrinse infine alla chiusura. I dettagli e i tempi della manovra sono illustrati nel volume. Non solo, ma Draghi si rifiuta anche di versare al governo greco 1,9 miliardi di profitti ottenuti su operazioni di compravendita compiute dalla BCE. Le ripetute richieste di Varoufakis che la BCE rispetti i suoi obblighi, consentendo alla Grecia di saldare a sua volta una rata del proprio debito verso il FMI per un importo analogo, cadono regolarmente nel vuoto.

  Accanto al ricatto economico e al blocco delle trattative, Varoufakis subisce anche un pesante linciaggio mediatico: inconcludente, dilettante, narcisista, privo d’idee e di proposte concrete, i mezzi di comunicazione travisano e alterano i fatti, rendendo invece acritici omaggi alla concretezza, al realismo e alla buona volontà dei negoziatori europei. Nel volume troviamo invece un resoconto completo degli scontri e i colloqui intercorsi, finora privi di smentita, che ci mostrano piuttosto come tutte le sue proposte, anche le più moderate, cadessero nel vuoto.

      Nel corso dei mesi le divergenze tra lui e i membri del partito aumentano, cosicché la sua posizione si indebolisce. Tsipras, con cui egli aveva concordato la linea da seguire prima di accettare l’incarico ministeriale, confidava nell’appoggio della sinistra europea, degli Stati Uniti, della Cina e della Russia. Presto realizza invece di essere completamente isolato. Si affida dunque alle promesse della Merkel, che appare in effetti come l’unica persona che avrebbe potuto favorire un esito positivo delle trattative. Varoufakis confida anch’egli nella Merkel, ma ritiene che solo se il governo greco si mostra unito e determinato nell’attivare i suoi deterrenti, essa interverrà per favorire un accordo.

    Mentre proseguono lo stallo e il logoramento del paese, Varoufakis comincia invece a essere anche visto, anche all’interno del governo, come un ostacolo all’esito positivo delle trattative. Così, infine, per sbloccare una situazione sempre più insostenibile, Tsipras decide per la convocazione del referendum del 5 luglio: il popolo greco è chiamato a esprimersi con un Sì o con un No all’accordo nei termini posti dai creditori. Tutte le previsioni sono che il paese, stremato dalla crisi, si pronunci per il Sì, ma il No vince con un largo 61,3%. Varoufakis però è l’unico a festeggiare: gli altri membri del governo invece, nonostante fossero ufficialmente schierati per il No, si attendevano un Sì che potesse legittimare la loro capitolazione.

    Gli ultimi colloqui tra Tsipras e Varoufakis, riportati ampiamente nel volume, illustrano bene il dramma della democrazia greca (ed europea). Tsipras, con le banche chiuse e la campagna referendaria in corso, chiede al suo ministro quali possibilità ha il governo di raggiungere un accordo con i creditori perseguendo nel rifiuto dell’austerità. Sebbene Varoufakis nel testo esprima spesso la convinzione che, ove il governo fosse rimasto compatto e abbia predisposto i suoi deterrenti, un accordo sarebbe stato raggiunto, ci racconta che in quell’occasione fornisce una risposta diversa: se avessimo di fronte dei creditori che pensano ai propri interessi, un accordo sarebbe certo; ma siccome le classi dirigenti agiscono spesso in modo autodistruttivo, la probabilità che si giunga a un esito disastroso per tutti è del cinquanta per cento.

      Tsipras, logorato da mesi di pressioni umanamente insostenibili, sfiduciato e isolato in campo internazionale, con una compagine governativa debole e incerta, si trova di fronte a una scelta drammatica: proseguire nella linea del rifiuto rischiando di condurre il paese fuori dalla moneta unica, oppure capitolare alle richieste delle cosiddette istituzioni. Messo anche in allarme sui presunti preparativi di un colpo di stato dal Presidente della Repubblica, dal governatore della Banca centrale, dai servizi segreti e da membri del governo, nonostante l’esito del referendum decide per la capitolazione. Varoufakis, in disaccordo, si dimette e rifiuta altri incarichi ministeriali. Nelle settimane successive la Grecia firma tutte le condizioni imposte dai creditori, senza ottenere nulla in cambio.